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Un processo di Mafia in corso a Milano

2.01.2008

La Stidda, Cosa nostra e il Superenalotto Una vincita miliardaria. Un’estorsione mafiosa. Uno sconto con stecca per il boss. E la possibilità di riaprire oggi le indagini su vecchi omicidi mafiosi e sull’influenza di Bernardo Provenzano al Nord

di Gaetano Nicosia

Che le grosse vincite alle lotterie portino con sé disgrazie è una diceria che a volte si tramuta in cronaca ma tutto poteva pensare Salvatore Spampinato tranne che trovarsi in casa gli esattori della Stidda di Gela. Così è passato dall’immensa gioia di aver incassato sette miliardi di lire, e siamo nel 1998, alla paura delle minacce da parte degli stiddari gelesi, attirati dalla possibilità di incassare in un colpo solo ben 1 miliardo di lire. A tanto infatti ammontava la somma richiesta dai boss Carmelo Fiorisi, Franco Morteo e Enrico Manganico. L’episodio è certo strano, ma a renderlo ancora più particolare è che il fatto si sia verificato a Lodi. E’ infatti nella piccola città alle porte di Milano che viveva e aveva ottenuto la sua vincita Salvatore.

Secondo le dichiarazioni rese dal nuovo pentito di Mafia, Rosario Trubia, nell’ambito del processo che riguarda appunto questa estorsione, la notizia sarebbe arrivata ai capi della stidda grazie ad un parente del vincitore. Gli stiddari necessitavano probabilmente di ingenti capitali da immettere nel traffico di droga e, visto che le estorsioni in Sicilia non producevano le cifre di cui il clan necessitava, hanno pensato bene di diventare soci per una quota del capitale del malcapitato Spampinato. Caso vuole che Salvatore fosse in qualche modo legato agli esponenti milanesi delle famiglie di cosa nostra del gelese, per l’esattezza Francesco Verderame, Emanuele Caci e lo stesso Trubia. Da sempre cosa nostra e stidda si contrappongono nel territorio di Gela, anche se in questi ultimi anni vige una sorta di pax mafiosa per la spartizione del territorio. Ed è probabilmente questo nuovo clima che consente a Trubia di agire come vedremo.

Salvatore Spampinato, in cerca di aiuto, si reca così a Gela da Rosario, terrorizzato perché gli estorsori gli avevano già bruciato la casa e continuavano a fargli minacce. Trubia, capofamiglia di cosa nostra gelese, ha così la felice idea di farsi firmare da Spampinato una documento nel quale dichiara di avere vinto solamente un miliardo e 200 milioni. Munito di cotanta certificazione Trubia si fa ricevere dai boss stiddari Fiorisi, Morteo e Manganuco. “La vincita ammonta ad un miliardo e 200 milioni, non potete chiedergli un miliardo, chiudiamo a trecento milioni”. Gli stiddari accettano anche perché Spampinato appare ben protetto. Ma Trubia gioca su due tavoli, torna dallo Spampinato e gli dice che la faccenda è chiusa se lui versa 400 Milioni. È così che un pericoloso killer, capofamiglia di cosa nostra, mette in atto una delle più classiche truffe domestiche: la cresta.

Questi cento milioni frutto della mediazione, a detta di Trubia, finiranno poi direttamente nelle mani di Alessandro Emmanuello, boss di cosa nostra gelese, attualmente latitante e reggente della famiglia al nord, operante storicamente nella zona di San Giuliano e San Donato, periferia sud di Milano. Qui sin dalla metà degli anni ottanta le famiglie di cosa nostra gestivano il traffico di droga, acquistando grossi quantitativi ed immettendoli sul mercato locale.

Trubia, capofamiglia e killer, detenuto dal 1998, è dunque gelese, appartiene a cosa nostra. Viene condannato in via definitiva a Caltanissetta alla pena di due ergastoli per due omicidi, legati alla guerra fra cosa nostra e stidda nel gelese, omicidi che dice di non aver commesso mentre, sostiene a sua discolpa, di essersene attribuiti altri per i quali non era indagato. Non è una figura di spessore nell’organigramma criminale ma in un momento di sopimento delle indagini, causa l’esaurimento della ricca vena dei pentiti degli anni ’80 e ’90, anche a seguito dei cambiamenti legislativi del 1997 e del 2001, Trubia assume un ruolo importante perché disvela alcune dinamiche legate alle famiglie gelesi ed al loro rapporto con la stidda. Le prime notizie riguardo la sua collaborazione iniziano a trapelare a fine agosto quando ancora aveva un nome in codice: “Tano”.

Negli anni novanta il gruppo di Tano, operante nell’area milanese aveva subito un brusco stop grazie all’operazione Gemini (vedi in archivio Omicron n° 38, articolo di Ombretta Ingrascì) iniziata nel 1996, conclusasi con gli arresti del 1999 e terminata con le condanne del 2002 che hanno visto sostanzialmente coinvolte le famiglie Emmanuello, Trubia e Di Stefano, facenti capo al Boss Piddu Madonna, capomandamento di Caltanissetta. Partita dalla denuncia di estorsione da parte di un imprenditore l’operazione aveva scoperchiato una organizzazione capillare che gestiva piccole società edili, praticava estorsioni e non ultimo gestiva il traffico di eroina e cocaina. Importantissime furono le dichiarazioni di una pentita del clan, fidanzata di uno dei giovani boss (Giuseppe Di Stefano) e sorella di un uomo d’onore gelese appartenente al clan e che, pentitosi, permise l’arresto di Giuseppe di Stefano.

In questo quadro risultano importanti le dichiarazioni del nuovo pentito perché chiamano nuovamente in causa il boss Emmanuello lo indicano come il capo della famiglia di cosa nostra gelese, colui che gestisce la famiglia al nord, colui che chiede i soldi nell’estorsione a Spampinato e si occupa di reinvestirli nel traffico di droga. Ma Trubia narra soprattutto delle dinamiche di Gela, della guerra fra Cosa Nostra e Stidda, dell’attività estorsiva capillare svolta da lui personalmente nella cittadina siciliana. Tale attività gli consente di dire “dopo tutti i soldi che ho procurato alla famiglia ero sicuro che quando mi sarei trovato in carcere io loro dovevano aiutarmi come avevo sempre fatto io con loro”. Principalmente Trubia parla di omicidi d’onore commessi da Cosa nostra gelese, alcuni dei quali a Milano fra il 1979 ed il 1992.

Cristoforo Verderame, ex muratore, trafficante di droga amante della bellavita. Verderame fu freddato nel 1988 a San Giuliano Milanese con quattro colpi di pistola, tre al torace e uno alla nuca, calibro 38 e 7.65, da un commando formato da almeno tre killer davanti alla scuola materna e media Enrico Fermi di Borgolombardo. Verderame era sotto osservazione da parte degli organi investigativi di Milano per alcuni furti e rapine. Il fratello fu arrestato undici anni dopo nell’ambito dell’operazione Gemini. Il commando giunse in via Giovanni XXIII a San Giuliano alle 12.45 a bordo una Fiat Uno di colore grigio metallizzato e si fermò proprio dinanzi a Verderame, che passeggiava davanti al cancello della scuola.

L’azione fu molto rapida, dall’auto scesero in due, pistola in pugno, un terzo rimase al volante, con il motore acceso. “Foriello”, così era soprannominato Verderame, capito la situazione, inizio a correre verso la scuola nel tentativo di sfuggire l’agguato, mentre i sicari lo colpivano a morte. Ormai a terra fu raggiunto da uno degli assassini che gli sparò il colpo di grazia alla nuca. Verderame al momento del suo assassinio aveva indosso una pistola. All’epoca le indagini non riuscirono a far luce sul delitto anche per un clima di diffusa omertà e paura. Gli inquirenti passarono al vaglio alcune ipotesi; Verderame stava cercando di salire le gerarchie passando dai crimini di strada, per in quali era coinvolto in numerose inchieste, ai traffici di livello medio-alto, in un territorio controllato dai corleonesi. Oppure anche uno scontro tra due gruppi di “gelesi”. Ora l’indagine sull’omicidio Verderame trova finalmente nuovi spunti

Carmelo Scerra, camionista appartenente alla stidda, fu ucciso nel 1989 a Milano. Fu ritenuto colpevole di favorire la stidda. Accusato di trasportare a Gela con i suoi camion armi e droga, viene ucciso perché si poneva in contrasto con gli interessi della cupola. Carmelo Tosto, uomo di cosa nostra di Gela, è ucciso invece da persone appartenenti alla sua stessa famiglia. Viene freddato a Rozzano nell’ottobre del 1990 da sicari suoi conoscenti che si recano a casa sua, gli citofonano, lo fanno scendere in cortile e lo crivellano di colpi. Fino ad ora questi episodi, a livello investigativo erano rimasti tutti scollegati fra loro. Le indagini in corso hanno messo dunque in luce una dinamica che farebbe capo per l’appunto direttamente a cosa nostra.

Il Pm Marcello Musso, attualmente titolare delle indagini, afferma che dietro le stragi nel gelese e i delitti avvenuti in territorio lombardo ci sia la dunque stessa regia. Cosa nostra, Totò Riina, Provenzano e la cupola, tramite Piddu Madonia, poteva contare su di un esercito di sicari gelesi a disposizione. La guerra storica avvenuta proprio nel territorio di Gela fra Cosa Nostra e Stidda ha così avuto le sue ripercussioni sul territorio di Milano. E’ così che i mandanti dei numerosi omicidi di mafia avvenuti a Milano sono probabilmente da individuare proprio in Riina, Provenzano, Antonino Giuffrè Giovanni Brusca e nello stesso Piddu Madonia.

È molto probabile che, in base a questa nuova chiave di lettura, vadano interpretati anche altri omicidi eccellenti di quegli anni; l’omicidio Guzzardi, avvenuto nel 1979 a Cesano Boscone e l’omicidio di Gaetano Carollo, perpetrato nel 1987 a Liscate. Quest’ultimo in special modo pare sia stato commesso su ordine diretto proprio di Bernardo Provenzano che si era direttamente rivolto a Piddu Madonia, il quale mise a disposizione i sicari.. Era dunque costui a disporre dei clan di cosa nostra del gelese, Rinzivillo ed Emmanuello, comprese le propaggini al nord. Esisteva dunque a Gela una folta schiera di esecutori materiali per i delitti necessari alla sopravvivenza della cupola, Trubia era uno di questi.

L’indagine nel ridefinire in buona parte gli organigrammi di Cosa Nostra, gelese e non, sta puntando, nell’area di Milano, su un latitante di alto rango, Alessandro Emmanuello. Infatti gran parte degli arrestati degli anni novanta, facenti capo a questa organizzazione, intercettati dall’operazione Gemini, stanno lasciando il carcere. È dunque probabile che in questa fase Emmanuello stia tirando nuovamente le fila dell’organizzazione, in attesa dell’uscita dal cercare dei suoi fedelissimi, per prepararsi ad organizzare ancora meglio la sua latitanza ed il traffico internazionale di droga.

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