da il resto del Carlino -Â 12 aprile 2008 -
di Maurizio Bernacci
segnalato da Vanna Lora
In manette alcuni esponenti di una pericolosa cosca della ‘ndrangheta
BLITZ DEI CARABINIERI
Uno dei due inviati della mafia calabrese ha gli occhi a punteruolo. I due devono spargere paroline velenose a un uomo che stanno pedinando da giorni. E che adesso ha appena salutato le due figlie, davanti alle Dorotee di via del Mille. La coppia di emissari sta per rovesciare addosso all’uomo, imprenditore edile calabrese da diversi anni residente a Forlì, una colata di paura, per un vecchio debito. é l’inizio di febbraio. Data d’inizio dell’inferno, per l’imprenditore. Che la sera, con moglie e figlie, deve recitare la scena che tutto sta finalmente andando a gonfie vele. Il peggio è passato. Gli affari sono di nuovo decollati. La crisi è alle spalle. Quella crisi che un paio di anni prima aveva trascinato al fallimento la sua cooperativa, costringendolo a chiedere un prestito a dei suoi conterranei. Gente poco limpida. Gente affiliata alla cosca Forastefano, una delle più potenti e feroci della Calabria. é FINITA, adesso è finita. E i titoli di coda dell’incubo dell’imprenditore sono i nomi di sei arrestati. Sei persone ammanettate ieri all’alba dai carabinieri del nucleo operativo e radiomobile del comando di Forlì. Coordinati dal colonello Mariano Angioni e dal tenente Cristiano Marella e in collaborazione coi colleghi di Cosenza. A dirigere le operazioni, pm della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Vincenzo Luberto. L’ESECUZIONE delle ordinanze di custodia cautelare, emesse dal giudice Antonio Battaglia, avviene con un dispiegamento di uomini e mezzi da cine-kolossal. Gli ordini d’arresto raggiungono Giovanbattista Capparelli (63 anni già detenuto: è a lui che l’imprenditore aveva chiesto i soldi), Domenico Forastefano (44), Salvatore Maritato (38), Giovanni Battista Santagada (38), Vincenzo Atene (36) e Salvatore Lione (31). Quattro arresti eseguiti a Cassano allo Jonio (Cosenza), mentre altri due a Forlì. Per tutti le accuse parlano di estorsione ed usura – aggravate dal metodo mafioso – traffico di sostanze stupefacenti, porto e detenzione illegale di armi da fuoco, e poi altri reati legati ad altri episodi. Come favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e truffa. Perquisita anche la casa di Cassano di Salvatore D’Elia, l’uomo d’affari calabrese implicato in una bancarotta fraudolenta da milioni di euro. D’Elia avrebbe avuto dei rapporti di lavoro con uno dei sei arrestati ieri. TUTTO comincia con quel prestito maledetto. L’imprenditore era fuggito qualche anno prima dalla Calabria, la sua terra, perché non sopportava certi metodi mafiosi. A Forlì l’uomo rinasce. In Calabria lavorava in agricoltura. In Romagna crea dal nulla una cooperativa edile. Gli affari non tradiscono le aspettative. Poi, di colpo, un incaglio. L’uomo si ritrova in panne. Una secca che appare senza via d’uscita. Le banche, per un credito, richiedono una selva di garanzie che adesso lui non può offrire. Così cerca soldi altrove. Nei sotterranei dell’illegalità . Chiama un ‘amico’. Uno che fa parte del nutritissimo clan dei ‘cassanesi’ immigrati a Forlì tra la fine degli anni Novanta (molti dei quali vicini alla ‘ndrangheta e ai Forastefano). I soldi, 70mila euro, li trova subito. Ma gli interessi sono da strozzini: oltre i dieci per cento al mese. L’uomo però, punto nell’orgoglio, ce la fa. Estingue il debito. Ricrea la sua azienda. E contemporaneamente succede qualcosa che lo libera anche fisicamente da quelle persone, conterranee ma senza nessun’altra affinità . NEL luglio del 2007 la cosca Forastefano viene praticamente smantellata: 60 arresti e sequestro di beni per oltre 50 milioni di euro nei confronti di affiliati al clan. Tra i convolti nell’inchiesta anche il costruttore Salvatore D’Elia e il fratello. Intanto l’imprenditore, che comunque ritiene di aver già saldato il suo debito, con quella gente in carcere si sente meglio. Ma nel febbraio scorso quei due ceffi gli tagliano la strada in via Dei Mille. Le minacce si fanno asfissianti. La cosca adesso pretende 150 mila euro, a titolo di ‘rimborso’. L’apice dell’incubo è all’inizio di marzo: l’uomo viene portato in Calabria, in un casolare disabitato, e qui le minacce sono esplicite: paga o te la tua famiglia fate una brutta fine. Che fare? L’uomo non si sente uno di loro. Un mafioso. E va dai carabinieri di Forlì.

