Si era ribellato, avvertito con due bombe. «Parlano di principi ma l’unico principio sono i soldi»
I detenuti delle cosche non ricevevano più denaro, dal giro delle bische di Torino e cintura, controllate dai clan siciliani e dalla ‘ndrangheta calabrese. E questo fu un primo problema. La fragile pax mafiosa, rotta all’improvviso da un intraprendente Renato Macrì, il padrone del circolo Ermitage di via Salerno, mette a nudo tensioni e contraddizioni. E intanto, proprio davanti all’ingresso del circolo, nel volgere di pochi mesi, due attentanti dinamitardi falliti per un soffio. I boss volevano una strage, per riportare ordine tra i gestori.La notte tra il 9 e il 10 giugno 2007. La microspia posizionata sull’auto di Natale Genovese che parla fitto con il compare Pino Murano, raccoglie ore di conversazioni: «Ah sì… dice Belfiore che se hanno rubato… dice poi che cosa erano 10, 15 mila euro… voglio vedere se poi quando vanno in galera se c’è qualcuno che li aiuta… io bene o male quello che gli ho mandato, ho mandato…». Poi l’attenzione si sposta sul ribelle, Renato Macrì: «Troppe chiacchiere hanno fatto quei signori, è uscito sto’ Renato… troppe cose su un osso che non c’è niente: un circolo dove ci sono nullità , due confidenti e due magnaccia, parlano di principi… Dove sono i principi??? I soldi sono i principi, solo i soldi non i principi…».LÂ’Ermitage non doveva attirare clienti, sennò danneggiava le altre bische. A Macrì, i calabresi avevano spiegato bene il concetto, ma «Renatino, solo perché rispetta lo ‘Zio’ – cioè il potente Mario Ursino – può fare quello che c… vuole». Natale Genovese insiste: «C’hanno buttato giù un fratello a quello lì (Vincenzò Macrì, ucciso in Calabria anni fa, ndr)…». Murano: «Ma perché rispetta lo Zio, che ha i c…». Genovese: «Lo Zio aveva detto a Peppe (Belfiore, ndr), parla con Peppe, quello che fa Peppe va bene…invece questo ha voluto fare di testa sua…». Genovese è amareggiato. Ricorda quando i boss gli avevano detto, in un summit a Nichelino che «qualsiasi bisca apriamo, voi vi fate i c… nostri».
L’analisi dei capi di seconda fila, è semplice: criticano i responsabili dei sicialiani e dei calabresi che, chiusa la parentesi dell’alleanza, hanno deciso di aprire bische in concorrenza fra di loro, invece di puntare a un cartello unico, più difendibile, anche dalle vendette incrociate. Le dichiarazioni di alcuni pentiti catanesi avevano messo la polizia sulla strada buona. E questo era «un male, che si poteva evitare». Uno straccio d’accordo, alla fine, arriva. Ma è forse troppo tardi, perchè la polizia si è già mossa, con decisione: irruzioni, denunce, sequestri, l’eco delle operazioni finite con risalto anche sui media. Viene varato il meccanismo delle aperture alternate. Mentre il club dei Crea fa la serata «buona», l’altro tiene chiuso e viceversa. Tutto sembra filare liscio. Ma Macrì e un altro soggetto, Pierpaolo Belletrutti, titolare di un club di via Borgaro, il «Blu Notte», non ne vogliono sapere e continuano a lavorare, con i tavoli del poker texano e con altri giochi. Gli amici di Belfiore sono allibiti: «Se ci fossero Sasà e Domenico (i fratelli di Beppe Belfiore) qualcuno sarebbe già sotto terra, ammazzato », commentano.
I calabresi sanno come reagire. Inviano due di loro, non ancora identificati dalla mobile, al Blu Notte. Là dentro si stava giocando al poker texano, il sistema migliore per ricavare forti somme di denaro e il messaggio fu chiaro: basta poker, senza «il preventivo consenso». é uno dei punti cardine dell’accusa di associazione mafiosa.