“Da Reggio a Torino: vi racconto venti anni di ‘ndrangheta”

segnalato da Vanna Lora 

da La Stampa

Il pentito Varacalli: omicidi, droga nascosta in chiesa e legami con politici: «Quando Riina passò lo Stretto vestito da monaco per imporre la pace»

RAPHAËL ZANOTTI
TORINO
Dopo 18 anni nella criminalità, ho deciso di cambiare vita e raccontare tutto». Dal 1988 al 2006, un ventennio di criminalità organizzata vissuto pericolosamente tra la Calabria e Torino. Vent’anni di misteri svelati dall’ultimo pentito dell’onorata società, Rocco Varacalli, il collaboratore di giustizia che sta facendo tremare le ‘ndrine della Locride con le sue dichiarazioni, depositate dal procuratore antimafia Nicola Gratteri all’ultima udienza di «Stupor Mundi», il maxiprocesso alle famiglie per un traffico di sostanze stupefacenti che lega il Sudamerica, le coste calabresi e le grandi città del nord.

Quindici delitti
All’inizio ci credevano in pochi. Nonostante i precedenti, Varacalli non sembrava personaggio di spessore. Ma i rapporti familiari, la rapida carriera che lo portò dal grado più basso della gerarchia ‘ndranghetista (picciotto d’onore) a quello elevato di sgarrista finalizzato, hanno fatto scoprire ai carabinieri di Torino e al pm Roberto Sparagna che Varacalli era una vera e propria miniera. Durante la sua collaborazione, cominciata nell’ottobre 2006, Varacalli ha parlato di ben quindici omicidi avvenuti tra Torino e la Calabria. Ha riferito di una guerra di ‘ndrangheta scoppiata a Torino tra il «vangelista» Pasqualino Marando e le cosche liguri. Ha riferito del presunto omicidio dello stesso Marando, ufficialmente tutt’ora latitante. Ha raccontato di due ‘ndranghetisti che, su ordine di un padre, uccisero il figlio malato di mente in cambio di un terreno. Ha riferito di due nipoti che, nel 1993, tagliarono la testa allo zio in un pascolo, sopra Natile Vecchio.
Il giorno stesso, il fratello del killer uccise il figlio della vittima. E altri delitti su cui gli investigatori stanno cercando di fare luce.

Le istituzioni
Il racconto di Varacalli è un incredibile romanzo che parla di carichi di cocaina sempre «pesanti», recuperati in Calabria dai familiari della cosca (che li riceveva dai «cugini» del Sudamerica) e trasportata nei modi più incredibili a Torino. Chili di droga nascosti nel pane, dietro pannelli, addirittura in chiesa, dietro un mattone semovente dell’abside. «Ufficialmente – dice a un certo punto Varacalli – la ‘ndrangheta rifiuta per principio il traffico di stupefacenti, nella pratica lo fanno tutti». E così il piccolo operaio 15enne venuto al nord per lavorare nella ditta edile dello zio, presto è diventato un uomo di rispetto, capace di portare a Torino mezzo chilo di droga alla settimana. Varacalli descrive traffici con un maresciallo dei carabinieri (oggi congedato), con impiegati della Forestale, con albanesi legati ai servizi segreti e con le famiglie più in vista del nord (dai Femia agli Ietto, passando per i Marando e i Trimboli di Milano) e con il sud (i Nirta di San Luca, le ‘ndrine di Africo, i grandi trafficanti). «La droga che smerciavo a Torino – ricorda – mi veniva fornita da Cua Rizieri che a sua volta si riforniva a Natile. Dal 2001 in poi hanno assunto un ruolo di primo piano i fratelli Parisi che ultimamente hanno fatto arrivare a Natile 100 kg di cocaina tramite il Belgio».

I traffici
Varacalli disegna per un altro personaggio, Bruno Polito (arrestato nell’opeazione Stupor Mundi) un ruolo di primo piano nel traffico di stupefacenti a Torino. Sarebbe stato colui che piazzava la droga per conto della cosca Spagnolo. «Venne arrestato in quanto con altre persone deteneva un furgone con un rilevante quantitativo di hashish – ricorda il pentito – oltre 2-300 chili. So che Polito Nicola è stato arrestato in Olanda e che deteneva 460.000 euro in contanti». In uno degli ultimi interrogatori Varacalli ricorda il caso di una nave con 500 chili di cocaina che, partita dal Sudamerica, doveva arrivare a Genova passando vicino all’Australia (zona di ‘ndrine). Ma venne arrestato e non sa che fine abbia fatto il carico.

I politici e le cosche, la mafia
Varacalli ricostruisce con dovizia di particolari i rapporti, anche parentali, che intercorrono tra le varie cosche del nord e del sud. E riferisce anche i nominativi degli appartenenti al «maggiore» (il livello più alto dell’organizzazione) del suo locale (gruppo di famiglie di uno stesso territorio, in questo caso di Natile). Tra questi figurano anche politici e amministratori locali. «Una delle principali attività economiche della ‘ndrangheta di Natile è rappresentata dal controllo degli appalti pubblici – riferisce Varacalli – secondo il sistema di quella che ho definito “estorsione dolce”». Il collaboratore elenca anche le ditte che, nella sua zona, si aggiudicano le gare o influiscono sulle stesse. All’interno delle famiglie, secondo il pentito, ci sarebbe addirittura una figura che si occupa delle assunzioni degli affiliati nel Corpo Forestale dello Stato, nel solco della tradizione di Giuseppe Morabito detto ‘U Tiradrittu, Forestale appunto. Varacalli arriva a parlare anche dei rapporti tra le ‘ndrine e le famiglie di Cosa Nostra. «Sono a conoscenza che Bernardo Provenzano e Totò Riina avevano delle frequentazioni con Cordì detto “il ragioniere”. So anche che Provenzano e Riina erano conoscenti di Peppe o Antonio ‘U Russenninna, capo società del locale di San Luca». Proprio questa frequentazione spiegherebbe il ruolo di pacificatori dei capi indiscussi della mafia siciliana nella guerra di Reggio Calabria tra la famiglia dei De Stefano e quella degli Imerti costata la vita a 966 persone tra il 1985 e il 1991. «Il citato Riina – racconta Varacalli – vestito da monaco si è recato in San Luca per fermare una faida che stava nascendo tra le famiglie locali». Nonostante la teatralità della scena del boss dei boss che, travestito, attraversa lo Stretto sul ponte di una nave per portare pace, il risultato fu sicuramente ottenuto. Il numero di omicidi per mafia, l’anno successivo, a Reggio si ridusse di due terzi. Immancabili, nell’attività criminale delle ‘ndrine, i sequestri di persona. Anche se il pentito ne cita relativamente pochi: cinque. Alcuni sono risalenti negli anni, il riscatto è diventato troppo pericoloso da gestire e poco remunerativo rispetto al traffico di sostanze stupefacenti. Però il reato ha cambiato scopo: ora serve ai narcotrafficanti per assicurarsi il pagamento di partite di droga ingenti. Come nel caso di un certo Bruno di Africo, «sequestrato in Turchia al fine di ottenere il pagamento di forniture di droga per un importo di due miliardi di vecchie lire».

L’affiliazione
Centinaia di pagine raccontano i rapporti tra la criminalità calabrese e quella sotto la Mole. Ma una su tutte la spiega meglio di altre. Ricorda Varacalli: «Sono stato affiliato alla ‘ndrangheta nel 1994 in Calabria. Alla fine del rito Cua Pietro mi disse che una volta a Torino avrei dovuto presentarmi a Napoli Saverio. Fu così che venni “attivato” a Torino».