Skip to content



Il boss fantasma

21.05.2008

 

 

segnalato da Vanna Lora.

 

La Stampa. 

 

“La verità: è sepolto in una bara anonima in Calabria”GIUSEPPE LEGATOTORINO
Lo chiamarono di notte, cinque anni fa, che lui dormiva nella sua villetta bunker di frazione Tedeschi
67 a Leinì, nella cintura nord torinese. Al telefono gli dissero che doveva andare a Platì, città-totem della ‘ndrangheta da cui era partita la sua scalata alla «Santa» e poi al Vangelo, livelli superiori delle ‘ndrine calabresi vicini alla massoneria e alle istituzioni. Pasquale si mise in viaggio, arrivò a destinazione e non tornò più. Scomparso, desaparecido, lupara bianca.Secondo il pentito Rocco Varacalli, Pasquale Marando «è stato ucciso e seppellito in una bara anonima che solo i parenti conoscono. Si trova nel cimitero di Platì dove era iniziata la sua carriera criminale e dove oggi riposa in pace in una cassa che non ha il suo nome. Cosi gli possono portare i fiori». Nessuno dice che è morto. Perché alla famiglia Pasquale serve vivo. Un fantasma necessario.

Pasquale «Ciccio» Marando, nato a Platì il 3 luglio del 1963 e capo incontrastato del narcotraffico del nord Italia, tra i più pericolosi latitanti in circolazione, sarebbe dunque morto. La versione del pentito conferma una storia che da tempo circolava negli ambienti dell’antimafia. «Lo hanno ammazzato come un cane», dice Varacalli.

Un delitto consumato a Platì a casa di un tale «Nandu». Pasquale è appoggiato al lavandino, si sta facendo la barba. Un uomo dei Trimboli – che sono cognati della vittima ovvero fratelli della moglie Anna – arriva da dietro e gli scarica addosso un intero caricatore di una 7.65, ma prima battezza l’omicidio: «Ora ti dico io chi ha ucciso veramente i miei fratelli».Qual è il significato di quella frase? Pasquale nel 2002 esce dal carcere e vuole riprendersi in mano l’impero che ha creato sul commercio di droga. I cognati lo avevano ereditato e adesso non lo vogliono restituire. Pasqualino perde presto la calma. E non sembra una semplice coincidenza che il suo nervosismo combaci – temporalmente – con la scomparsa di tre Trimboli: Rosario, Antonio e Saverio. Tre casi di lupara bianca in poche settimane.«I Trimboli – racconta il pentito – capiscono che è stato Pasquale», più che mai intenzionato a riprendere il controllo degli affari e dei contatti: dai narcos di Bogotà, ai turchi, agli albanesi.
Pasquale il leader, Pasquale che ha il Vangelo (il simbolo che lo colloca ai vertici dell’organizzazione, in grado di prendere decisioni senza il consenso della Commissione, organo supremo). Pasquale che ama trattare gli affari di persona, come quando va in Grecia per far arrivare in Italia 20 tonnellate di hashish. Pasquale che è in grado di ordinare 600 chili di eroina in un colpo solo inscenando un copione da film di controspionaggio: da latitante, si presenta all’ingresso del carcere di Milano. Chiede di parlare con un detenuto, sostiene di aver dimenticato i documenti e dà un falso nome. Incontra il grossista nel parlatoio e stringe l’accordo. Saluta tutti ed esce dal carcere indisturbato, poi va in banca e dispone un bonifico di due miliardi di lire sul conto svizzero dei fornitori.

Nel 1993 i carabinieri lo scovano intercettato il telefono della moglie Anna. La chiama dieci volte al giorno. Una passione che lo porta dritto in carcere. Condannato nel 1995, Pasquale ha già creato la struttura che lo sostituirà. E affida il comando ai suoi due compari d’anello: Antonio Spagnolo, capocosca di Ciminà, uomo che decide il prezzo della droga in Calabria a Torino, e Piero Portalesi, che diventerà il reggente di Volpiano dopo il suo arresto.

Ma non basta per ritornare il capo dei capi, una volta uscito dal carcere. «I Trimboli – secondo il racconto del pentito Varacalli – lo ammazzano e il suo corpo viene seppellito nel cimitero di Platì. In un bara che reca un nome generico dove i suoi parenti possono portargli un fiore. Come se non fossero stati loro stessi ad ammazzarlo».

Postato in Rassegna Stampa Mafia.

Tag: , , , , .