Cercherò, nel breve tempo a disposizione, di fornire un quadro informativo relativamente alla presenza di organizzazioni di tipo mafioso e ‘ndranghetista in Piemonte e Valle D’Aosta.
Vorrei inoltre proporre alcune ragioni di riflessione su quelli che possono essere, a mio parere, i più incisivi strumenti di contrasto. Dico subito che il Piemonte e la Valle D’Aosta presentano una situazione certamente non assimilabile a quella delle regioni del Sud, dove la presenza di queste forme di criminalità mafiosa ha il radicamento che tutti conosciamo.
Il dato che mi sembra più significativo mettere in evidenza è relativo al fatto che noi, in più di vent’anni di indagini in questo settore, non abbiamo mai riscontrato un problema di infiltrazione delle organizzazioni criminali, in particolare mafia e ‘ndrangheta, nella pubblica amministrazione: speriamo che questo non sia dovuto ad una nostra inefficienza, ma abbiamo buoni motivi per pensare che non sia così. Non abbiamo quindi mai riscontrato un dato di condizionamento politico, sociale ed amministrativo delle organizzazioni criminali relativamente alla gestione della pubblica amministrazione; più in generale, non abbiamo registrato tale problema neanche in relazione a momenti più significativi, come quelli elettorali o quelli legati alle grandi decisioni di natura economica come, ad esempio, i grandi appalti.
Come ben sapete l’anno scorso a Torino si sono svolte le Olimpiadi invernali: queste sono state, non solo un grande evento sportivo, ma anche una grande occasione per iniziative di carattere finanziario ed economico, e per le costruzioni, soprattutto nel settore pubblico, di molte strade, autostrade, metropolitane e così via.
La Prefettura di Torino, ovviamente lavorando in intesa con gli organi centrali e con la Direzione Distrettuale Nazionale Antimafia, ha attivato in quel caso un sistema di monitoraggio estremamente attento per quelle che erano le procedure di conferimento di appalti per i lavori pubblici.
Devo dire che in nessun caso si è accertata la presenza di soggetti legati alle famiglie mafiose tra gli imprenditori che operavano nel settore: questo non esclude del tutto la possibilità che anche imprese che fossero in qualche modo collegate alla mafia, penso soprattutto alla ‘ndrangheta, possano aver avuto una parte, sebbene minimale e marginale, attraverso i meccanismi di subappalto, che sono di fatto più difficili da controllare e verificare.
Il problema della presenza di mafia e ‘ndrangheta in Piemonte e Val D’Aosta, almeno per come si è finora manifestato, è stato soprattutto un problema di criminalità nel senso stretto della parola, ovvero legato alla commissione dei tipici reati connessi alla mafia, che sono il traffico di sostanze stupefacenti, le estorsioni o il controllo delle bische clandestine; quest’ultimo problema noi lo avvertiamo molto, soprattutto a Torino e, anche se apparentemente le bische clandestine rappresentano un fenomeno secondario, dobbiamo tener conto del fatto che movimentano somme di denaro davvero ingenti. In una recente udienza di un dibattimento che è attualmente in corso a carico di una famiglia di ‘ndrangheta calabrese sono emerse, per stessa ammissione di alcuni imputati, cifre da capogiro, dell’ordine di mezzo milione di euro al mese quale incasso che alcune bische clandestine riuscivano a garantire all’organizzazione. Moltiplicate questa cifra per il numero di bische esistenti e per il numero di città in cui queste possono operare, ed avrete chiara la dimensione del problema.
Un altro elemento significativo, e mi riaggancio in tal senso alla precedente relazione, è relativo al fatto che il Piemonte è una terra che da anni non conosce il fenomeno degli omicidi all’interno di guerre di contrapposizione tra famiglie di mafia o di ‘ndrangheta. Se noi dovessimo prendere questo dato come indicativo di una scarsa invasività della delinquenza organizzata, dovremmo dunque dire che il Piemonte e la Valle D’Aosta sono delle isole felici: ovviamente così non è. Sappiamo tutti, infatti, che il mancato compimento di omicidi tra famiglie di mafia o di ‘ndrangheta ha, nella maggior parte dei casi, una spiegazione che di certo non è rassicurante per le istituzioni: solitamente questo significa che le varie famiglie, i vari clan, hanno semplicemente trovato tra di loro un’intesa riguardo la spartizione del mercato illegale (traffico di droga, estorsioni, usura e così via), e non hanno perciò la necessità di ricorrere a metodi sanguinari per risolvere i loro contrasti.
Il fatto che non avvengano omicidi, quindi, non è affatto sintomatico di un’assenza delle organizzazioni criminali.
Detto questo, e scendendo più nel dettaglio, possiamo dire che attualmente il problema della criminalità organizzata in Piemonte e Valle D’Aosta si qualifica al 90% come un problema di ‘ndrangheta. Nel nostro territorio, infatti, abbiamo un numero considerevole di soggetti e di famiglie provenienti dalla Calabria che sono da tempo residenti in Piemonte: mi riferisco in particolar modo alla città di Torino ed al suo hinterland, ma anche a province diverse, come la zona del verbano, quella dell’alessandrino o quella delle valli che da Ivrea conducono alla Valle D’Aosta. Queste famiglie, che sono ormai da molte generazioni radicate sul territorio, di sicuro mantengono rapporti strettissimi con le famiglie madri che si trovano in Calabria, sia sulla costa tirrenica che su quella ionica. Attualmente il problema maggiore per il nostro territorio, anche se sarebbe sbagliato parlare di emergenza, visto che si tratta di realtà che sono andate consolidandosi nel tempo, sono proprio queste famiglie di ‘ndrangheta. Queste famiglie di ‘ndrangheta, come vi dicevo prima, si manifestano soprattutto nel momento in cui commettono dei reati tipici, mentre non le ritroviamo in attività di tipo imprenditoriale o di tipo finanziario.
Vi è poi un’altra considerazione da fare che, pur non conoscendo nello specifico la realtà di Milano, credo valga anche per questo territorio: non c’è dubbio che la criminalità organizzata italiana abbia dovuto fare i conti negli ultimi dieci anni con una sempre più estesa presenza di organizzazioni criminali di etnia straniera. In Piemonte, e soprattutto a Torino, riscontriamo infatti la presenza di varie organizzazioni e soggetti che delinquono ed appartengono ad etnie non italiane: mi riferisco in particolar modo all’etnia albanese, all’etnia romena, all’etnia maghrebina ed a quella nigeriana. Queste organizzazioni operano soprattutto nel settore dello spaccio di stupefacenti, in quello dello sfruttamento violento della prostituzione, della tratta di esseri umani e del traffico di armi.
E’ indubbio che questa ormai diffusissima presenza di tali organizzazioni criminali straniere abbia in qualche modo ridotto l’ambito di operatività delle organizzazioni criminali italiane, visto che queste hanno occupato una parte del mercato illegale. Uno dei motivi di maggior attenzione degli organi di polizia giudiziaria, e nello specifico della Direzione Distrettuale Antimafia, è legato al tentativo di cogliere ed approfondire eventuali elementi di collegamento tra le organizzazioni di tipo delinquenziale italiane e quelle straniere. In tal senso devo dire che sinora i risultati sul terreno strettamente investigativo e processuale non sono stati particolarmente significativi: aldilà della dimostrazione di complicità tra italiani e stranieri nella commissione di specifici e singoli reati non è emerso molto. Sino ad oggi, quindi, non è emersa l’esistenza di una sorta di cabina di regia o di qualche ambito di livello superiore che, in qualche modo, dettasse le regole del gioco insieme, concordando le strategie delinquenziali delle organizzazioni criminali italiane e straniere.
Vorrei riportare un altro dato importante, che è frutto della storia giudiziaria degli ultimi quindici anni del nostro territorio: tra la metà degli anni ottanta e la metà degli anni novanta, per fortuna, abbiamo avuto due grandi inchieste che hanno colpito le organizzazioni criminali, sia di stampo ‘ndranghetista che di stampo mafioso; quest’ultima tipologia, nel nostro caso, si riferiva alle famiglie legate alla mafia catanese, ovvero quella che, per intenderci, è recentemente tornata alla ribalta in relazione all’omicidio del giovane Sebastiano Mazzeo, figlio di un capomafia catanese legato al clan dei Cursoti che, appunto, aveva una forte presenza anche a Torino.
La notevole abilità delle forze di polizia e l’ulteriore capacità di tradurre questo lavoro in risultati giudiziari, come vi dicevo, hanno portato in passato a due grandi inchieste: partendo da un’importantissima collaborazione con la giustizia di un imputato, a cui seguirono quelle di molti altri imputati, in entrambi i casi si riuscì, di fatto, a determinare uno scompaginamento di quello che era il quadro preesistente. La situazione era precedentemente caratterizzata da una cupola, così la definirei, che metteva insieme famiglie legate alla criminalità di stampo calabrese e famiglie di tipo mafioso, al fine di gestire tutte le attività illegali importanti a Torino. Questo scompaginamento si è ovviamente tradotto in catture, arresti e condanne: alcuni sono ancora detenuti, mentre altri, purtroppo, sono usciti grazie all’indulto con tre anni di anticipo rispetto al previsto.
Questo duro colpo ‘militare’ inflitto a tali organizzazioni, ha avuto come conseguenza immediata un fenomeno di inabissamento carsico degli esponenti di quelle famiglie, sia ‘ndranghetiste che mafiose, che erano state maggiormente colpite da queste operazioni di polizia.
Queste persone hanno sicuramente mantenuto un ruolo criminale ed un certo tipo di collegamenti, ma lo hanno fatto attraverso una gestione estremamente attenta a non fornire agli investigatori ed alle istituzioni altre grandi occasioni per un ulteriore approfondimento. Questo ulteriore elemento di difficoltà che si presenta nelle attuali indagini è, paradossalmente, dovuto ai brillanti risultati che si sono ottenuti qualche anno fa, e di sicuro rende più difficile l’azione di contrasto.
Devo però anche dire che io sono moderatamente fiducioso, anche perché negli ultimi mesi si sono messe in moto una serie di inchieste, sia sul versante delle presenze di tipo mafioso che su quello inerente le famiglie di ‘ndrangheta: credo che tale lavoro ci consentirà di illuminare di nuovo, dal nostro punto di vista, lo scenario organizzativo criminale che è presente sul nostro territorio.
Vorrei concludere questo mio intervento con una breve considerazione, che vuole anche essere un elemento di autocritica: per quanto riguarda il mio territorio, sia le forze di polizia che la magistratura sono sicuramente indietro per quanto riguarda l’azione di contrasto a questi fenomeni attraverso misure di prevenzione; di quest’ultime sicuramente ne realizziamo poche e, quando ci riusciamo, sono perlopiù poco significative.
Per quanto mi riguarda è da tempo che continuo a dire, senza ottenere sino ad oggi alcun significativo risultato, che riguardo al nostro territorio sarebbe il caso che il centro della DIA si specializzasse nelle investigazioni finalizzate alla realizzazione delle misure di prevenzione.
Credo si tratti di risorse sprecate quando si viene a creare una situazione in cui la Direzione Investigativa Antimafia, quantomeno a livello distrettuale, si trova a fare concorrenza, nel senso buono del termine, alle squadre mobili o ai reparti operativi dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.
Per quanto riguarda le indagini di polizia giudiziaria tradizionali, infatti, non ci sono né le risorse materiali per portale avanti, né gli uomini e, inoltre, manca anche il background informativo necessario. Se quest’organo di polizia si specializzasse invece in un lavoro serio e finalizzato all’emersione di elementi utili per realizzare misure di prevenzione, confische e sequestri di beni importanti, credo che si tratterebbe di un passo avanti davvero importante.

