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Tradito dall’impronta dopo 33 anni. Preso il boss dell’omicidio Mazzotti

9.06.2008

da Repubblica
9 giugno 2008
La ragazza venne sequestrata e uccisa nel giugno del 1975. Il cadavere ritrovato
in una discarica. Otto condanne all’ergastolo, ma mancava il capo dei rapitori

L’uomo è un ex gangster della famigerata banda del “Tebano” Epaminonda
E’ stato in carcere fino a 2 ani fa: da poco era in semilibertà
di PIERO COLAPRICO

<b>Tradito dall'impronta dopo 33 anni<br>Preso il boss dell'omicidio Mazzotti</b>Cristina Mazzotti, sequestrata e uccisa nel 1975
MILANO – Aveva diciannove anni quando rapì una ragazza, che poi morì nel covo dei sequestratori. Nessuno dei complici ne ha mai parlato, lui tanto meno. Ma oggi che di anni ne ha 54, tutto si aspettava, il signor “Luciano”, ex gangster della Milano di Angelo Epaminonda detto il Tebano, meno che di essere raggiunto dai poliziotti: trentatré anni dopo.Cristina Mazzotti. Ai meno giovani bastano questo nome e cognome perché torni in mente la fotografia in bianco e nero di una ragazza dall’aria simpatica, con lunghi capelli neri. Un bel sorriso. Era stata rapita, portata via e costretta a vivere in un buco sotto terra il giorno della sua festa per il diploma. Entrò nella storia nera dell’Italia contemporanea come la prima sequestrata che morì nella lunga e dolorosa stagione dell’Anonima al Nord. Era il 1975.

Vennero presi i custodi, il telefonista-ricattatore, gli altri complici. Uno squadrista fascista, un gelataio, un macellaio, le loro donne, alcuni boss calabresi. Venne celebrato un lungo processo, finito con otto ergastoli e numerose confessioni. Pareva che si sapesse tutto, sulla fine di quella povera diciottenne e sul cuore che si spezzò nel petto addolorato del padre Helios, industriale. E, invece, nessuno degli arrestati aveva speso una parola sul commando che aveva strappato via per sempre Cristina alla sua vita. Quel commando, rimasto nell’ombra, faceva paura. Ma ora è stato in parte individuato. Grazie all’impronta di un dito pollice e all’aiuto che l’elettronica fornisce alla Polizia scientifica.

La sera del 26 giugno Cristina viaggiava con gli amici Carlo ed Emanuela su una Mini Minor targata CO 349594, che percorreva la strada per Longone al Segrino. Tornavano a Eupilio, alla villa dei Mazzotti. Carlo guidava, quando venne costretto a fermarsi da due auto, una Giulia e una 125, che gli sbarrarono la marcia. “Chi è Cristina Mazzotti?”, chiese un uomo incappucciato.

La studentessa si consegnò, un bandito legò i suoi amici, ci volle un’ora perché si liberassero. I tecnici della Scientifica milanese trovarono su quell’auto tredici frammenti di impronte e, di queste, solo tre sembravano essere interessanti: l’impronta di un palmo e due impronte digitali. Allora, vennero studiate, analizzate, confrontate, ma non portarono a nulla.

Fu, infatti, il fiuto di un direttore di banca svizzero a fornire l’imbeccata giusta all’anticrimine italiano, facendo arrestare uno dei riciclatori del riscatto, Libero Ballinari. Mentre il primo settembre scattava il blitz, con una coincidenza che sconcertò non poco, nella discarica del Varallino, a Sesto Calende, veniva dissepolto il cadavere di Cristina. Era accanto a una carrozzina rotta. Giuliano Angelini, uno dei suoi carcerieri, considerato il “cervello”, era appassionato di medicina: iniettava alla ragazza sonniferi quando c’era da sedarla ed eccitanti quando doveva parlare con i genitori. Il cocktail l’aveva ammazzata. Ai funerali parteciparono migliaia e migliaia di mamme e figlie.Si dice che solo alla morte non c’è riparo, ma è anche vero che per alcuni investigatori le indagini finiscono solo quando ogni minimo dettaglio quadra. E questa vicenda, che somiglia al copione della serie tv americana “Cold case”, casi freddi, lo dimostra. Perché quell’impronta senza nome sul parabrezza della Mini non è mai stata dimenticata dalla polizia. L’Afis, il cervellone che cataloga e individua “al volo” le impronte, è stato interpellato varie volte. Finalmente, un giorno, si è accesa una luce gialla intermittente: l’impronta corrisponde a un uomo che ha una lunga lista di precedenti penali, rivela il computer.

I gangster lo conoscevano come Luciano, si chiama Demetrio Latella: per lui il pubblico ministero Francesco Di Maggio chiese e ottenne due ergastoli, nel 1988, al maxiprocesso Epaminonda nell’aula bunker di Milano. Latella faceva parte degli “indiani”, la pericolosa e super-armata banda del “Tebano”, ritenuta responsabile di quarantaquattro omicidi. È stato in carcere sino a due anni fa, ha ottenuto il regime della semilibertà, si è rifatto quel poco di vita che si può fare qualcuno che è stato dentro per decenni.

Alla vista dei tesserini dei detective, ha chinato la testa: “Da giovane ho avuto cinque anni di follia e sono convinto che la galera m’ha salvato la vita. Che volete che vi dica? È vero, quell’impronta è mia perché sono stato io”, ha confessato. Secondo indiscrezioni, sarebbero sotto inchiesta altri tre uomini. Uno è un altro gangster milanese, anche lui uscito da poco dalle sbarre. Si è riaperta, quindi, una complessa indagine, coordinata dal sostituto Oneglio Dodèro della Procura distrettuale antimafia di Torino.

Fretta di chiudere non c’è. Non più. Ma mentre scriviamo, altre impronte rimaste senza nome “girano” sul computer. Cristina Mazzotti, da morta, ha ridato nuova linfa al ministero dell’Interno: altri vecchi delitti, grazie al lavoro di poliziotti insistenti, potrebbero “quadrare”. E forse far riposare in pace, se non le vittime, almeno i parenti sopravvissuti.

Postato in Rassegna Stampa Mafia.