21.06.2008
Convegno La mafia invisibile – Milano Palazzo Marino 9 novembre 2007Marco CiprianoVicepresidente Consiglio regionale della Lombardia Il convegno che inizia oggi ci riguarda tutti da vicino.Nessun Paese può sostenere il peso della diffusione e della intensificazione di grandi poteri criminali: anzi, sembra quasi un miracolo che l’Italia abbia potuto reggere a questa pressione. Qualche anno fa, si sottolineava l’unicità del caso italiano, unico esempio al mondo – a meno di voler cercare in qualche disgraziato stato dell’America Latina in mano ai narcotrafficanti – in cui la mafia poteva uccidere Procuratori della Repubblica, Consiglieri istruttori, capi delle Squadre mobili, sindaci, Presidenti di Regione, capi dell’opposizione, senza tralasciare la presenza della mafia e delle altre grandi organizzazioni criminali nella fitta tragica rete di attentati e trame oscure che hanno punteggiato una storia ormai pluridecennale.L’allarme oggi si fa più pressante per le dimensioni economiche, rilanciato dalle recentissime stime sul valore assoluto e percentuale del “PIL mafioso e criminale”.Il convegno percorre puntualmente questi aspetti (scrivendo queste brevi note mi è venuto un errore di battitura e ho scritto “aspettri”: il correttore non lo ha sistemato!) e ne verrà un contributo prezioso di conoscenza e di proposte per il contrasto.Sono forse lontani – questo è sicuramente l’auspicio, in ogni caso – i tempi in cui si alzava grande clamore (ed anche un po’ di ipocrisia) se si affermava che questi problemi erano di casa qui, a Milano e in Lombardia. Ci sono stati due passaggi cruciali: la relazione della Commissione antimafia del 1996, grazie all’impegno politico di Carlo Smuraglia, e il fiorire di centinaia di iniziative di centri culturali e associazioni, tra le quali la Carovana Antimafia di cui l’Arci e Libera sono stati i promotori fondamentali, trovando un importante sostegno nelle istituzioni locali e nel mondo della scuola.La prima è stata un punto di non ritorno: dopo di essa nessuno può dire “non sapevo, non ho visto”. Per le politiche pubbliche, non solo per le scelte di politica criminale, si può – partendo da lì e andando avanti – compiere il salto di qualità necessario.Le seconde hanno rappresentato il tessuto connettivo e la creazione di un senso comune diffuso, fatto di reazione e indignazione civile ma anche di concreta solidarietà e presenza, soprattutto giovanile.Certo non possiamo nasconderci difficoltà e appannamenti. Non è rituale tenere presente l’infiltrazione mafiosa nel tessuto civile ed economico, no, è un preciso dovere politico. Questo deve fare parte del “bagaglio abituale” dell’amministratore, del funzionario pubblico, dell’operatore economico, tanto più quando pochi si sottraggono alla tentazione di vedere solo – come nuova frontiera della convivenza civile – le microlesioni alla convivenza stessa. Alcune di esse si riconnettono alle grandi reti della criminalità ma guai a noi se prevalesse una unilateralità dovuta per alcuni a autentico interesse e per altri a ricerca di facile popolarità.Dobbiamo anche diventare un Paese nel quale si possano fare leggi e politiche pubbliche (appunto: repressione dei reati, certezza della pena e insieme politiche di integrazione e recupero) liberi dall’assillo della risposta esemplare e delle emergenze che spesso sono tali solo perché non si è intervenuti a tempo o con la necessaria lungimiranza. E dobbiamo resistere alla tentazione (anche nelle piccole cose, come certi titoli dei giornali, certe dichiarazioni cosiddette politiche, certi servizi televisivi) di passare dal contrasto dei reati al contrasto delle persone o delle loro condizioni.Anche questo fa parte della civiltà giuridica e della civiltà tout court: Costituzione e leggi valgono per tutti, per chi deve rispettarle e per chi deve farle rispettare. Da ultimo: occorre un impegno permanente per una vera campagna di educazione alla legalità. Stiamo lavorando al testo di una proposta di legge regionale che sostenga tali attività, come altre Regioni hanno già fatto e nel giro di poco tempo ci impegneremo a scambiare opinioni e raccogliere suggerimenti: l’Associazione e l’Osservatorio saranno i primi cui chiederemo un contributo.E’ un modo, anche questo, di andare oltre il sentito augurio per il vostro lavoro e cercare, invece, di farne parte integrante.
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