da: AVVENIRE  di: CESARE GIUZZIgiovedì 9 agosto 2007 

BUCCINASCO: Il locale confiscato alla ‘ndrangheta doveva essere destinato a usi sociali

 

Il Comune: progetto da rivedere

L’associazione Libera: basta rinvii

 BUCCINASCO: Il bar Trevi a Buccinasco non esiste più. La Procura lo ha chiuso, sbarrato, sequestrato il 27 luglio del 1993. Era il quartier generale dei Sergi. Qui negli anni Novanta sono stati ordinati omicidi e progettati attentati a magistrati. Il covo della ‘ndrangheta di Buccinasco (e di buona parte del sud milanese) doveva diventare una pizzeria sociale antimafia: un bene confiscato alle cosche e riconvertito dallo Stato per dimostrare la vittoria delle istituzioni, della Legge e della Giustizia, sulla mafia. Solo l’ultima fase del processo di riconversione è durata più di quattro anni, dal 2003. Una settimana fa, dopo anni di battaglie, speranze, annunci, la giunta comunale di Buccinasco, guidata dal sindaco di centrodestra, Loris Cereda, ha bloccato definitivamente il progetto di riconversione del locale di via Bramante. Giusto a pochi metri dal traguardo. Il motivo? «Poca trasparenza nell’assegnazione della gestione alla cooperativa sociale onlus Spazio aperto», spiega il sindaco, scarsa condivisione del progetto della pizzeria da parte della nuova amministrazione comunale («meglio pensare un altro uso, più utile ai cittadini») e infine la destinazione dei 25mila euro del finanziamento al progetto (per la ristrutturazione dei locali del bar e la conversione a pizzeria) ad altri usi, come la manutenzione delle scuole. Una decisione che il Comune ha assunto ufficialmente lo scorso 2 agosto, annullando la delibera del precedente sindaco Michele Carbonera (più volte vittima di intimidazioni mafiose). In pratica il neo sindaco (eletto a maggio) chiede che l’iter di assegnazione venga «rivisto e ridiscusso », quindi ricominciare da capo. Una scelta (peraltro legittima), che però secondo Lorenzo Frigerio, referente lombardo dell’associazione «Libera, contro tutte le mafie», capeggiata da don Luigi Ciotti, «rappresenta un segnale preoccupante per la lotta alla mafia». «Qualcuno (spiega Frigerio) finge di non sapere che Buccinasco era e forse è, così come lo è stata definita dalle inchieste sulla ‘ndrangheta a Milano, la “capitale delle cosche di Platì” nel Nord Italia. Un iter che dura da 13 anni è sinonimo di debolezza, ora ripartire da capo è assurdo. Lo stop del Comune significa  rischiare di non assegnare mai i beni, come vogliono i clan». Libera ha chiesto la convocazione immediata di un tavolo con il prefetto Gian Valerio Lombardi e l’Agenzia del Demanio per discutere il blocco dell’assegnazione. I BENI DELLE COSCHEIn Lombardia confiscati 488 immobili ai clan - Quarta regione d’ItaliaSono 488 i beni confiscati alle mafie in Lombardia. Secondo i dati dell’Agenzia del Demanio (che poi li trasferisce ai Comuni) solo 242 sono stati riconvertiti. La regione è quarta dopo Sicilia, Campania e Calabria, e supera Puglia e Sardegna. In Lombardia giace il patrimonio delle cosche calabresi e di cosa nostra (clan Crisafulli, Quarto Oggiaro).A Buccinasco, oltre al bar di via Bramante, è stata confiscata la villa di Antonio Papalia, dell’omonima ‘ndrina di Platì, in via fratelli Rosselli. Aveva una vasca da bagno grande come una piscina: ora è sede della Croce Rossa. Quando c’è stato l’appalto per la ristrutturazione diverse ditte si sono fatte da parte dopo aver ricevuto «amichevoli intimidazioni» dai clan Sergi, Papalia e Morabito.Ma nell’elenco dei beni confiscati ci sono anche la villa di Franco Coco Trovato (boss della Comasina) a Galbiate (Lecco) diventata il centro diurno per anziani «Le querce di Mamre» (Caritas). Beni sequestrati anche a Milano, dove il processo di riconversione è però da anni in alto mare. (C.Giu.)