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«Nessun cedimento sui diritti umani» Intervista a Ruth Bader Ginsburg

10.09.2008

• da Il Sole 24 Ore del 10 settembre 2008, pag. 14
di Donatella Stasio
«E’ facile difendere i diritti umani quando non sono minacciati. È come
andare in barca in un giorno come questo, stare fuori al sole poi correre sotto
coperta appena viene la pioggia. Ma i diritti umani vanno protetti sempre,
soprattutto quando sono minacciati, come in questo momento. Anche se in
gioco c’è la sicurezza nazionale; altrimenti 1’America tradirebbe i valori
fondamentali per i quali si è sempre battuta».

Ruth Bader Ginsburg è una donna minuta. Parla con voce bassa ma ferma,
sorseggiando un caffè doppio e poi un altro ancora, seduta al bar dell’Hotel
Gritti, sul Canal Grande. Infilata in un maxivestito bianco e celeste, con
un cappello di paglia stretto tra le mani lunghe e nodose, sembra una delle
tante turiste americane in vacanza a Venezia. Nessuno penserebbe che è una dei
nove giudici della Corte suprema americana, la «paladina delle libertà civili»,
la donna che con il suo voto ha contribuito a rovesciare ben tre verdetti sulla
pena di morte, decretandone, fra l’altro, l’incostituzionalità nei confronti
dei minori. Ma basta ascoltala e capisci subito perché negli Stati Uniti la
Corte suprema è considerata «l’anima e la coscienza americana», prima ancora
che il custode della Costituzione. «Ci siamo resi conto, a volte troppo
tardi, che se cediamo alle paure in nome della sicurezza consegniamo ai nostri
nemici la più grande delle loro vittorie, perché non saremmo più un Paese
democratico e amante della libertà», ci dice con un sorriso. E aggiunge: «Io sono
orgogliosa di come la mia Corte ha reagito alle leggi speciali emanate dal
presidente Bush e ratificate dal Congresso dopo l’11 settembre, perché ha
sempre ribadito che bisogna restare fedeli ai valori costituzionali, anche
quando la sicurezza nazionale è minacciata».

Un nastro azzurro le raccoglie i capelli in una coda di cavallo che lascia
scoperto il viso ancora sorprendentemente;gi vane, nonostante i suoi 75
anni. Nata a Brooklyn da genitori ebrei, prima di approdare a Washington, nel ‘93,
su designazione di Bill Clinton, è stata un avvocato di fama internazionale e
si dice che sia una delle 20 donne più donne più potenti del mondo. E’ il
pilastro liberal della Corte suprema, di cui ha vissuto la transizione dalla fase
conservatrice a quella progressista e, dopo le dimissioni di Sandra Day O’
Connor, è rimasta l’unica donna del collegio. Accompagnata dal marito,
professore di diritto, è in Italia per una breve vacanza e ci dedica un
sabato pomeriggio. Rispende senza reticenze alle nostre domande , dopo più di due
ore, ci chiede se anche lei l può farne un paio, perché è curiosa di sapere che
cosa si agita in Italia sulla magistratura e a che cosa è dovuto il calo delle
nascite.
«La questione del bilanciamento tra libertà e sicurezza non è nuova né in
America né in Europa – esordisce -. Nei periodi in cui la sicurezza
nazionale è minacciata, per tutelarla c’è la tendenza a sostenere che è necessario
limitare le libertà. È accaduto periodicamente negli Stati Uniti e forse il peggior
esempio si è avuto durante la Seconda guerra mondiale, quando anche
cittadini americani di origine giapponese furono messi nei campi d’internamento perché
si temeva che la loro origine li avrebbe resi sleali nei confronti dell’America.
Oggi sappiamo che non era vero e che quella fu una reazione eccessiva. Poi
abbiamo vissuto gli anni del maccartismo, della “grande paura rossa”,
durante i quali tanta gente è stata accusata ingiustamente e sottoposta a ogni genere
d’ interrogatorio. E ancora una volta ci siamo accorti tardi di essere andati
oltre, troppo oltre. Ora spero che il mio Paese non ripeta gli errori del
passato e arrivi presto a pentirsi di quanto sta accadendo, riconoscendo che
i diritti umani vanno rispettati sempre».
In effetti, la bussola dei diritti umani a volte si perde, a volte
impazzisce,
Le extraordinary renditions – le operazioni clandestine e illegali di
cattura/detenzione effettuate dalla Cia per intercettare presunti terroristi
e farli confessare nei Paesi in cui si pratica la tortura – ne sono un
esempio. La Corte non si è ancora pronunciata. «Ma è inevitabile che lo farà»,
assicura. «In occasione della prima sentenza su Guantanamo Bay, chiesi a uno degli
avvocati del Governo degli Stati Uniti che cosa pensasse di chi sosteneva
che a Guantanamo si pratica la tortura. Lui rispose che era impensabile, che gli
Stati Uniti non torturano… Pochi giorni dopo, però, la verità è venuta a
galla. Ufficialmente il Dipartimento della Giustizia negava queste pratiche
o diceva che si trattava di casi isolati. Poi si è scoperto che non è così.
Non so che cosa dirà la Corte quando si occuperà delle renditions. Ma so che la
Corte, quando il Governo ha dato strada al terrore, ha detto “no”».
Il problema delle renditions si è esteso all’Europa e ha toccato anche l’
Italia dove, con il sequestro dell’ex imam di Milano Abu Omar, si sta
misurando la tenuta effettiva dei diritti umani rispetto alla sicurezza nazionale, a
tutela della quale il Governo ha opposto alla magistratura il segreto di
Stato.
Lo stesso ha fatto il Governo Usa per contestare il ricorso presentato alla
Corte suprema da Khaled al Masri, un cittadino tedesco di origine libanese,
che aveva accusato la Cia di averlo sequestrato in Macedonia, trasportato,
detenuto e torturato per tre mesi in Afghanistan e poi abbandonato in Albania perché
non si trattava della persona ricercata, senza mai spiegargli di che cosa fosse
accusato. La Corte non ha «accettato» di esaminare il merito del ricorso, ma
sarebbe «un errore» vedere in questa non-decisione l’adesione alla tesi del
segreto di Stato, spiega la Ginsburg. La Corte americana, infatti, a
differenza delle nostre, sceglie con una discrezionalità quasi assoluta i ricorsi su
cui pronunciarsi. In un anno ne riceve circa 8mila e ne «accetta» 80-9ó; per
entrare nel merito, è necessario che almeno 4 giudici su 9 lo vogliano. Il
caso Al Masri probabilmente non era ancora «definitivo» e perciò «non è stato
ascoltato. È probabile che lo affronteremo quando arriverà allo stadio
finale», spiega. Ma la sua opinione personale sulla legalità delle renditions è molto
chiara. La esprime richiamando la sentenza della Corte suprema d’Israele sul
caso ticking bomb (la bomba che sta per esplodere). «Alla Corte era stato
chiesto se fosse ammissibile l’uso della tortura per sapere dov’era stata
piazzata la bomba. Il presidente ha detto: la tortura mai, perché la più
grande vittoria che si può dare ai nostri nemici è diventare come loro. L’unico
modo per conservare il nostro primato morale è riconoscere a chiunque, per quanto
orribili siano i crimini che ha commesso, il rispetto dei diritti
fondamentali e della sua dignità. Ecco, spero che questa sia la risposta che anche il mio
Paese darà quando affronteremo la questione».
Il terreno è in buona parte già arato. L’ultima delle tre sentenze su
Guantanamo (Boumediene) è la pietra tombale del sistema degli enemy
combatants messo in piedi dall’amministrazione Bush. La Corte ha riconosciuto ai
prigionieri il diritto all’habeas corpus, quindi, il diritto di appellarsi a
un giudice ordinario per dimostrare l’illegittimità delle accuse e dell’arresto.
Ci saranno ricadute sui processi in corso a Guantanamo? « È difficile dirlo.
Certo è che perla terza volta la Corte ha detto al presidente degli Stati
Uniti che non ha l’autorità per arrestare delle persone senza dire di che cosa
sono accusate e senza riconoscere loro il diritto alla difesa. Lo avevamo già
affermato due volte, ma il Presidente Bush si è rivolto al Congresso per
superare la nostra decisione. Adesso abbiamo ribadito che né il Presidente
né il Congresso possono cancellare i diritti costituzionali». Ora, «alcuni tra
i migliori avvocati americani difenderanno i prigionieri di Guantanamo,
gratuitamente, perché ritengono che il nostro sistema giudiziario abbia
grande dignità e che la legge esiste per essere rispettata». Quanto alla
legittimità delle Commissioni militari create per gli enemy combatants, la Corte non si
è pronunciata sulla loro costituzionalità né ha detto qual è la procedura da
seguire per i prigionieri di Guantanamo. «Secondo me, il modello di
riferimento potrebbe essere il nostro processo militare, quello della Corte marziale. Ma
è una delle tante questioni ancora aperte, che verrà sicuramente esaminata
dalla Corte». La Ginsburg, però, si augura che a novembre, con le elezioni
americane, la legge cambi, e anche la procedura.  Tra le questioni aperte c’è la pena
di morte. Le sentenze della Corte hanno segnato un progressivo avvicinamento
all’ abolizione. Ma non è detto che questo sia l’approdo.
«Il diritto penale è materia statale e non federale e la pena di morte
esiste in 38 Stati su 50 -ricorda-. Se io fossi regina, non ci sarebbe. Ma il punto
è: chi deve decidere sulla sua abolizione? Bisogna farlo a livello statale o
federale? E, se a livello federale, chi deve decidere? Il Governo? La Corte?
Il Congresso? Oppure occorre un referendum popolare? Quando parlo con i colleghi europei
che si sentono superiori perché non hanno la pena di morte, faccio notare che se
avessero fatto un referendum quando hanno deciso di abolirla, probabilmente
l’ esito sarebbe stato negativo; se lo facessero oggi che la pena di morte è
vietata, forse il divieto sarebbe confermato. Ripeto: il problema è
stabilire chi decide. È vero che l’America è un Paese democratico, ma ci sono temi che
non possono essere lasciati alla gente e richiedono un livello diverso di
decisione». E mentre lo dice, beve l’ultimo sorso di caffè. Poi è lei che
comincia a fare domande…

NOTE

Ha collaborato Eliana Morandi

Postato in Educazione alla legalità.