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Giussano, la ’ndrangheta si nasconde in Brianza

17.09.2008

da Il Giorno
mercoledì 17 settembre 2008

articolo di DARIO CRIPPA

Si indaga sulla rete di fiancheggiatori che proteggeva i malavitosi e su un’allenza con la ’ndrina dei Mancuso

GIUSSANO (MI)
UNA CARTA di identità falsa rilasciata dal Comune di Giussano serviva a un pericoloso latitante della ’ndrangheta per sfuggire ai controlli e garantirgli una comoda copertura. Per dieci mesi, sino al 3 agosto scorso, quando gli uomini del Servizio centrale operativo, della Squadra mobile di Catanzaro e dei colleghi di Vibo Valentia hanno chiuso l’operazione «Uova del drago» con l’arresto di Domenico Bonavota e Antonio Patania. Erano ricercati dall’ottobre del 2007 e si erano rifugiati nel Nord Italia. L’operazione «Uova del drago», coordinata dal sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro Marisa Manzini, aveva portato a diversi arresti e aveva quasi decapitato un’organizzazione accusata di diversi reati, dall’associazione a delinquere alle estorsioni all’omicidio.

DOMENICO BONAVOTA, 29 anni, era considerato dagli inquirenti il reggente dell’omonima ’ndrina di Sant’Onofrio, in Calabria, ed era inserito nell’elenco dei cento latitanti più pericolosi d’Italia. Antonio Patania, 23 anni, era il suo guardaspalle, il «suo» soldato. Ma l’aspetto davvero inquietante di tutta questa vicenda, passata quasi sotto silenzio nel Nord Italia, è che i due superlatitanti, che sono stati arrestati mentre prendevano il sole su una spiaggia di Voltri, a pochi chilometri da Genova, potevano contare su una ramificata e molto efficiente rete di protezione che arrivava sino in Brianza. Ne sono convinti gli inquirenti, a cominciare dalla Dda di Catanzaro. Domenico Bonavota e Antonio Patania erano in possesso di patenti e carte d’identità con nomi falsi. Come vi possiamo mostrare nella fotografia riprodotta in alto su questa pagina, in particolare, la carta di identità di cui si serviva Antonio Patania, e sulla quale erano riportati i dati di un operaio di Acquaro, piccolo centro in provincia di Vibo Valentia, era stata rilasciata dal Comune di Giussano il 20 gennaio del 2007. Tutto in regola, apparentemente, un documento di «copertura» ritenuto dagli inquirenti quasi perfetto.

PERCHÉ, però, appoggiarsi al Comune brianzolo? Gli inquirenti non si stupiscono più di tanto, visto che ritengono – c’è anche una relazione della Commissione parlamentare antimafia a confermarlo – che proprio Giussano sia una delle roccaforti brianzole della ’ndrangheta. Due famiglie di spicco dell’organizzazione criminale calabrese, come scoperto dai carabinieri di Monza, hanno messo radici proprio da queste parti: il clan di Salvatore Mancuso, finito in carcere dopo che in un garage di Seregno era stata scoperta un’autentica «santabarbara», aveva base operativa a Giussano; a controllare il territorio assieme ai Mancuso c’erano poi anche i tre fratelli Iamundo, residenti a Cesano Maderno. Rocco Cristello, ritenuto uomo di collegamento del clan Mancuso, è stato assassinato da un commando della ’ndrangheta lo scorso 27 marzo davanti alla sua villetta di Verano Brianza. Lapidarie e molto illuminanti le parole pronunciate all’indomani dell’arresto di Bonavota e Patania da Mario Spagnuolo, procuratore della Dda di Catanzaro: «La Calabria rappresenta solo uno degli scenari criminali ma ci sono proiezioni in tutto il territorio nazionale e internazionale. L’arresto dei due latitanti dimostra che le vicende della ’ndrangheta interessano tutto il problema nazionale».

ORA la speranza degli inquirenti è che, proprio partendo dai documenti falsi utilizzati dai due latitanti, sia possibile gettare una luce sul sistema di protezione che li aveva aiutati a vivere per tanto tempo alla macchia. «Sono in corso ulteriori accertamenti – aveva detto il capo della Squadra mobile di Vibo Valentia, Maurizio Lento -: i due catturati si sono avvalsi di una rete di fiancheggiatori molto efficiente anche al di fuori dai confini della Calabria». Una delle ultime convinzioni cui sono giunti gli inquirenti è che negli ultimi tempi fosse stata sancita una nuova alleanza fra le ’ndrine degli Anello e dei Bonavota con una delle articolazioni del clan Mancuso di Limbadi, decisi a riappropriarsi del territorio lasciato sguarnito dopo la raffica di blitz che aveva messo in ginocchio la ’ndrangheta nella provincia di Vibo Valentia. E che lavorava a un attentato al pm Manzini. Ed è proprio questa nuova alleanza con i Limbadi, la cui roccaforte è in Brianza, a Giussano, a poter spiegare l’appoggio di cui avevano potuto godere Bonavota e Patania nella loro latitanza.

«Il nostro paese è molto tranquillo: non si può fare di più»
IL SINDACO DI GIUSSANO Franco Riva sa della carta di identità con il bollo del Comune di Giussano dietro alla quale si nascondeva Antonio Patania, uno dei due superlatitanti della ’ndrangheta arrestati lo scorso 3 agosto. Lo ammette al telefono: «Mi hanno informato di quanto accaduto, ma cosa posso farci?». E subito aggiunge: «Ad agosto a Giussano abbiamo subìto soltanto un furto. Negli ultimi mesi sono stati effettuati nel nostro comune più arresti rispetto allo scorso anno. Anzi, abbiamo stilato un comunicato stampa in cui ringraziamo le forze dell’ordine per il lavoro svolto, dopo tanti anni stiamo vivendo un periodo più tranquillo». La presenza di infiltrazioni della ’ndrangheta a Giussano dà fastidio, ma il sindaco precisa: «Quello che succede fuori da questo paese non lo so, grossi problemi in città non ci sono, la situazione è tranquilla…magari c’è qualcuno che risiede qui, che acquista appartamenti, ma noi non possiamo farci nulla. Ci vogliono prove, sono le forze dell’ordine che devono intervenire». Nessuno, precisa però, si è fatto ancora vivo in Municipio per indagare su quella carta di identità. Procurarsela, tuttavia, non deve essere sembrato così difficile a chi fiancheggiava Patania. Normalmente, basta fare richiesta del documento di identità a un qualsiasi Comune dicendo che ci si trova domiciliati lì temporaneamente, magari per lavoro. All’Ufficio anagrafe basta presentare un altro documento del paese di residenza o portare due testimoni. A quel punto, il Comune cui si presenta la domanda deve chiedere un nullaosta al Comune di residenza (nel caso di Patania, si trattava di Acquaro, provincia di Vibo Valentia). Ottenuto il via libera, l’Ufficio anagrafe può rilasciare la carta di identità. Se si hanno le dovute conoscenze o nel Comune di domicilio o in quello di residenza, è un gioco da ragazzi. Anche perché per ostacolare questo processo occorrerebbe che l’impiegato di turno cui si presenta la domanda avesse la volontà di indagare…Riva però, che non ha avviato alcuna indagine interna al proprio Comune, ha un’altra ipotesi: «Tempo fa abbiamo subìto almeno due furti all’Ufficio anagrafe. La carta d’identità potrebbe arrivare da lì. Non possiamo farci nulla».

Postato in Rassegna Stampa Mafia.

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