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29/12 Agguato di mafia, padre e figlio gravissimi Agguato a Bovalino In coma padre e figlio

29.12.2008

da: La Repubblica – sezione Torino – 29/12/2008 di  Lorenza Pleuteri


Era sceso a bovalino con il figlio e con la moglie, per passare le vacanze di Natale nella terra di Calabria dove è nato 51 anni fa e dove ha radici antiche, legami criminali di cosca e affari illegali. Forse doveva trattare questioni di droga,il suo ramo. Forse aveva conti in sospeso da regolare. Hanno sparato a lui e al suo ragazzo di 17 anni, a notte fonda, davanti alla porta di casa dei familiari che li ospitavano. Giuseppe e Arcangelo Gioffrè, centrati dacinque colpi di pistola, sono ora ricoverati in condizioni disperate all’ospedale di Locri. Le indagini sull’ agguato, teso da tre persone sparite nel buio, si intrecciano tra la Calabria e Torino e l’ hinterland. Giuseppe e il figlio abitano da tempo a Settimo Torinese, in via Volturno 14, tre scale fitte di cognomi del Sud. Il ragazzo è considerato un tipo a posto, pulito. Il padre, senza un lavoro fisso, accreditato come titolare di una piccola impresa di carpenteria che non risulta però registrata, è ritenuto la testa di ponte torinese della cosca che porta il suo cognome e il terminale di traffici di stupefacenti che partono dalla Locride e dall’ Aspromonte. «Aveva precedenti pesantissimi, compresa l’ associazione per delinquere di stampo mafioso e questioni di usura – accennano in caserma, a Settimo – ma dal 2004, uscito di prigione, teneva un basso profilo». Anche nella zona d’ origine, dove a far temere nuovi morti era la sanguinosa faida tra i Vottari-Pelle i Nirta-Strangio, cercava di restare sottotraccia. L’ ipotesi è che, con il pretesto di un periodo di vacanza, sia sceso in Calabria per seguire di persona qualcosa di delicato oppure per chiedere o rendere conto di un qualche affare. Ce l’ avevano con lui, sembra certo. Il figlio avrebbe avuto la sola “colpa” di camminare a fianco a del genitore diretto verso casa, in via Aldo Moro, alla una e venti di notte. I killer non hanno risparmiato il piombo. Hanno svuotato contro i due i caricatori di una pistola calibro 9 e di una 7.65, centrando i bersagli umani cinque volte. Giuseppe Gioffrè è stato preso in faccia e vicino al cuore, il suo ragazzo al petto e allo stomaco. Il timore è che non sopravvivano. E che non possano riferire ciò che hanno visto e sanno. Testimoni oculari non ce ne sono o non ne sono stati trovati. Indicazioni e risposte si cercano allora nella biografia criminale di Gioffrè senior, nelle carte delle vecchie e nuove indagini, nelle trascrizioni dei processi. E nelle dichiarazioni fiume rese dal pentito Rocco Varacalli, il collaboratore di giustizia che davanti ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia torinese ha ridisegnato gli organigrammi della ‘ndrangheta trapiantata sotto la Mole e la geografia delle famiglie che contano. Contemporaneamente si stanno rivedendo i fascicoli degli omicidi con vittime calabresi. Nel luglio 2004 a San Mauro Torinese venne assassinato un omonimo di Gioffrè senior, forse un lontano parente, un pensionato che stava seduto su una panchina, ultimo morto ammazzato in una catena di vendette cominciate quarant’ anni prima. A Gassino, undici giorni fa, è stato ammazzato Giuseppe Femia, pure lui calabrese doc. Il 3 febbraio 2007 era toccata a Rocco Femia. Il destino e il cognome in comune, un altro di quelli di cui ha parlato il pentito Varacalli.

Postato in Rassegna Stampa Mafia.

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