da: il Tirreno – sezione prato - 10/01/2009 di Paolo Nencioni
PRATO. Stavolta Giuseppe Verbaro l’ha combinata grossa. Il testimone di giustizia calabrese, che vive a Prato da sette anni e che insieme al fratello Domenico denunciò nel 1997 gli uomini del clan Labate di Reggio Calabria mandandone diversi in galera, se l’è presa con uno dei pochi che in questi anni ha cercato di aiutarlo, il vescovo Gastone Simoni. Giovedì mattina Verbaro, che ha 61 anni, è entrato come una furia nel Palazzo vescovile in piazza Duomo, ha raggiunto l’ufficio del vescovo e ha cominciato a urlare contro tutto e tutti brandendo una sedia. Solo l’intervento dei collaboratori di Simoni ha impedito che si arrivasse al contatto fisico col vescovo, ma una segretaria è stata colpita al volto ed è finita al pronto soccorso. Pochi minuti più tardi sono arrivate le volanti della polizia e sono stati gli agenti a immobilizzare Verbaro, che poi è stato denunciato per minacce e resistenza a pubblico ufficiale. E’ l’ultimo atto della guerra personale del sessantunenne calabrese contro il resto del mondo, in particolare contro il Ministero dell’Interno che a suo dire non garantisce a sufficienza chi si è esposto per combattere la criminalità organizzata. Secondo la ricostruzione della polizia, l’irruzione di Verbaro nella Curia vescovile è avvenuta intorno alle 11,30 ed durata alcuni minuti, durante i quali l’uomo avrebbe offeso e minacciato tutti coloro che gli si paravano davanti. Quando gli agenti sono saliti al primo piano hanno sentito le urla provenire dall’ufficio del vescovo e hanno incrociato la segretaria che aveva provato a fermare l’intruso rimediando alcune escoriazioni al volto. Ma la cristiana sopportazione del vescovo Simoni, pur messa a dura prova, sembra non essere stata minimamente scalfita dall’estemporaneo show di Verbaro, se è vero che ieri pomeriggio in Comune, a margine del convegno per la celebrazione dei 25 anni del settimanale “Toscana Oggi”, ha cercato in tutti i modi di minimizzare l’episodio. Anzi, ha promesso di continuare a fare tutto il possibile «per colmare una lacuna dello Stato». «I fratelli Verbaro – ha detto il vescovo – hanno fatto la loro parte contro la ’ndrangheta e sono stati sottoposti a un programma di protezione in cui sono emersi molti problemi. Ho promesso di sostenerli e continuerò su questa strada in attesa che lo Stato renda loro più facile l’esistenza». Fosse stato per monsignor Simoni, l’episodio sarebbe passato sotto silenzio. Per queste cose il vescovo evita i riflettori e in silenzio aveva fatto anche la sua ultima mossa a favore di Giuseppe Verbaro, lo scorso agosto, quando scrisse al sottosegretario alla Presienza del consiglio, Gianni Letta, chiedendo che lo Stato si facesse carico della loro delicata posizione. «Il sostegno economico per il loro alloggio e altre necessità – scriveva – che ho assicurato da anni, non sarà più possibile, giacché non sono in grado di continuare a mettere a disposizione ancora a lungo i soldi della carità e quelli miei personali». In realtà la Diocesi ha continuato ad aiutare economicamente i due fratelli Verbaro, ma a quanto sembra a Giuseppe questo non è bastato, tanto che, alla faccia della riconoscenza, giovedì mattina ha deciso di andare a fare la voce grossa nell’ufficio del vescovo. Monsignor Simoni non ha avuto materialmente bisogno di porgere l’altra guancia, ma l’ha fatto simbolicamente, visto che ieri escludeva di presentare querela contro Verbaro. Lo stesso probabilmente farà la segretaria.

