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9/3 Le mafie a nord del Po

9.03.2009

di Fernando Scarlata

Italia. Ancora mafia nel nord, ancora operazioni delle forze di polizia e inchieste giudiziarie che testimoniano quanto sia radicata la presenza mafiosa nell’opulento settentrione; non siamo di fronte a casi sporadici ma ad infiltrazioni ampiamente diffuse sul territorio ormai contaminato dai vari traffici illeciti della criminalità organizzata.
Nel febbraio del 2006 in Val Trompia, a nord di Brescia, fu esploso un colpo di pistola contro una vetrina di un esercizio di pompe funebri, un fatto considerato poco rilevante ma dall’inchiesta si scoprì proprio il contrario: il colpo fu esploso a scopo intimidatorio per una partita di cocaina non pagata. Come sempre, dietro al traffico di droga c’è la mafia, in questo caso quella calabrese, che domina il mercato degli stupefacenti in questa ricca valle industrializzata.
In questi tre anni l’inchiesta ha portato in carcere 43 persone e il 20 gennaio di quest’anno si è conclusa con altre 19 ordinanze di custodia cautelare tra Reggio Calabria, Pistoia, Milano, Pavia, Como e, ovviamente, Brescia dove risiede il maggior numero delle persone coinvolte. I calabresi sono mafiosi collegati alle cosche di Gioia Tauro, la cocaina commercializzata arriva dai clan coinvolti in fatti rilevanti come la nota strage di Duisburg del Ferragosto 2007, in cui sei persone della cosca Vottari-Pelle furono uccise dai rivali della famiglia Nitra-Strangio. Tra i 19 colpiti di questa operazione vi è Domenico Mammoliti, già in carcere per l’inchiesta sulla faida di San Luca, che personalmente si è recato in Val Trompia per gestire un traffico di droga che raggiungeva ben dieci chili al mese, un’enorme quantità giustificata da un alto numero di consumatori valtrumplini.
Una vicenda emblematica che sta ad indicare quanto la mafia sia radicata nel nord ma anche quanto i mafiosi abbiamo bisogno degli autoctoni del nord per i loro affari, infatti tra i coinvolti nel traffico di droga i bresciani sono numerosi.
Altro punto si cui riflettere: alle 52 persone arrestate in questi anni è contestato il reato di traffico di sostanze stupefacenti non l’associazione a delinquere di stampo mafioso, nonostante, come abbiamo visto, vi siano esponenti chiaramente appartenenti alla ‘ndrangheta. Non è la prima volta che a Brescia si verifica una situazione simile: perché è così difficile contestare il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, il noto articolo 416 bis? È evidente che gli esponenti della mafia trafficano droga per la cosca e utilizzano la loro organizzazione per i loro traffici illeciti, non gestiscono – e nemmeno potrebbero – un’attività illecita esterna e parallela a quella del clan, né tanto meno in concorrenza.
Nella vicina Piacenza, invece, c’è un precedente, ed è un precedente molto importante sia da un punto di vista giudiziario sia sociale, una sentenza simile non può che aiutare le realtà (seppur esigue) dei vari gruppi antimafia del nord a far sì che si radichi nell’opinione pubblica la percezione del fenomeno mafioso come una piaga reale.
Il 18 dicembre 2008 si è raggiunta la prima sentenza in assoluto nel Piacentino: sei imputati sono stati condannati per associazione mafiosa, con pene che vanno da due anni e otto mesi a sei anni, per un totale di 24 anni di reclusione. I reati contestati riguardano il traffico internazionale di stupefacenti e armi, estorsione ai danni di esercenti di locali notturni, false fatturazioni, riciclaggio di denaro. Gli esponenti sono di origine calabrese, di Cutro in provincia di Crotone, ma da anni vivono e operano nel Piacentino, tra Castelvetro, Monticelli, Caorso e la Bassa Cremonese. Il loro business aveva oltrepassato i confini delle due province fino a giungere a quelle di Brescia, Novara, Reggio Emilia e Verona: sei province appartenenti a ben quattro regioni danno l’idea della forza della ‘ndrina calabrese.
Determinanti per l’esito positivo dell’operazione, denominata Grande Drago (dal nome della cosca capeggiata da Nicolino Grande Aracri), sono state le intercettazioni telefoniche e il ruolo dei collaboratori di giustizia. L’inchiesta partì nel lontano novembre del 2002 grazie alla scoperta di indizi e segnalazioni da parte di cittadini di minacce e taglieggiamenti con un blitz che portò a sette arresti tra Castelvetro e Cremona oltre a 21 arresti e 53 perquisizioni, sequestri di droga, denaro, armi e munizioni. Sulle colline piacentine fu scoperto anche un covo dove erano custodite numerose armi, elemento che sta ad indicare la serietà del fenomeno e l’organizzazione del clan.
L’opinione pubblica e la stampa non si aspettavano un quadro simile, una presenza della ‘ndrangheta così radicata nel territorio; non se lo aspettava nemmeno il colonnello dei carabinieri, Edoardo Cappellano, che ha condotto l’inchiesta in questi anni:”Abbiamo individuato una realtà – ha ammesso egli stesso – che non si pensava potesse avere radici anche nel nostro territorio e attraverso indagini complesse, anche fuori del territorio, abbiamo portato a termine un’operazione di valenza nazionale”.
Oramai non ci si dovrebbe stupire più, la presenza mafiosa nel nord è una realtà drammatica che non può più essere trascurata, al contrario sembra che ci sia indifferenza al problema da parte delle istituzioni, dell’opinione pubblica e dei mezzi di informazione. Un problema di tale portata dovrebbe essere all’ordine del giorno nell’agenda della politica, dovrebbe occupare le prime pagine dei giornali, così non è, e tale scelta non è causale. Si preferisce parlare di altro, tenere la mente dell’opinione pubblica occupata da altre emergenze, anche costruite ad arte.
Un colpo di pistola sparato contro una vetrina a Palermo, Napoli o Reggio Calabria fa pensare subito alla mafia, non se viene sparato a Brescia, invece si dovrebbe iniziare a pensare proprio come se si fosse nel sud perché certi segni, certe dinamiche, hanno lo stesso significato.
La lotta antimafia nel nord deve partire quasi da zero. Schematizzando, possiamo dire che ci sono due fasi in questa lotta in un territorio non ancora controllato dal fenomeno criminale: in una prima fase bisogna partire dall’alfabetizzazione dell’opinione pubblica, bisogna spiegare cosa è la mafia e come si è radicata o si sta radicando in quel territorio. In una seconda fase si può ragionare su come arginare e combattere il fenomeno perché la presenza mafiosa è data per acquisita. In quasi tutto il nord siamo ancora nella prima fase, bisogna, cioè, convincere istituzioni e opinione pubblica che la mafia c’è ed è un problema, rischiando addirittura di non essere creduti ed ascoltati.

Postato in Rassegna Stampa Mafia.

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