E’ l’inchiesta Bad Boys a confermare le numerose infiltrazioni della criminalità calabrese e siciliana nel territorio di Busto Arsizio. Trentanove ordinanze di custodia cautelare e numerosi interrogatori a professionisti legati sempre più stretti a un circuito di soldi, sangue e traffici leciti e illeciti.  Â
da La Prealpina 26/4/2009 di Sarah Crespi
A Busto Arsizio la criminalità organizzata, nel corso degli anni, ha costituito una vera e propria confederazione delle mafie. Una realtà che, chiunque viva sul territorio, percepisce da sempre, ma che ora trova conferma anche dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, contenute nell’inchiesta Bad Boys. Nelle parole di Angelo Cortese (che a metà degli Ottanta contribuì con Vincenzo Rispoli a fondare il “locale di Legnano-Lonate Pozzolo”), si leggono nomi e ruoli dei principali malavitosi della zona. «L’organizzazione aveva ricevuto il benestare del locale di Cirò Marina, che a sua volta deriva il suo potere dall’investitura dell’ndrangheta di San Luca. (…) All’epoca io e Rispoli frequentavamo l’abitazione di Franco Greco. A questi incontri partecipavano altri ’ndranghetisti come Raffaele e Franco Trifino, Cataldo e Alfonso Murano, entrambi uccisi di recente». Era il 23 giugno del 2008 e quei dettagli li stava fornendo alla Dda di Milano. «Il territorio di Busto è diviso tra gelesi e calabresi, c’è un accordo di massima che prevede il reciproco rispetto». D’altro canto è dell’altro ieri la notizia che la mafia nissena avesse ordinato proprio a Busto le armi per eliminare il sindaco di Gela. Dalle dichiarazioni del pentito, emergono inoltre spunti investigativi anche in ordine ai delitti Murano. «Rispoli mi parlò degli omicidi di Cataldo Murano, che è stato bruciato e di Alfonso Murano, cugino dello stesso Rispoli. A dire di quest’ultimo, Alfonso aveva fatto la spia a un cirotano della zona di Legnano di cui era stato ordinato l’omicidio dal locale di Cirò Marina. Si è evidentemente trattato di una grave violazione delle regole di ’ndrangheta, per cui nemmeno Vincenzo Rispoli è riuscito a proteggerlo». E stando agli inquirenti, la testimonianza di Angelo Cortese è da ritenersi attendibile, sia per la precisione e la coerenza che per la ricchezza di particolari. Dunque il lavoro investigativo dei carabinieri di Varese e dell’antimafia, sfociato in trentanove ordinanze cautelari, è destinato a regalare nuovi sviluppi. Intanto proseguono gli interrogatori di garanzia: ieri mattina, davanti al gip di Varese Giuseppe Battarino, è comparso il commercialista gallaratese Giulio Baracchi. «Ha dato contezza dei suoi rapporti professionali e della sua attività senza mai contraddirsi e senza un minimo di esitazione», assicura il suo avvocato, Francesca Cramis. «Ritengo che gli inquirenti abbiano preso un granchio, Baracchi si è sempre limitato a occuparsi di contabilità , non poteva certo sapere a quali affari si riferissero i documenti e le carte. E ora la sua attività sta subendo un grave danno». Domani sarà il turno degli elementi di spicco dell’organizzazione smantellata dal reparto operativo dell’Arma varesina. Dal giudice sfileranno Emanuele De Castro, Nicodemo e Domenico Filippelli e Pasquale Rienzi.

