Antonio Turi, capo della mobile di Reggio Emilia illustra i dettagli che hanno permesso l’arresto di Carmine Minucci e evidenzia l’infiltrazione dei clan camorristi nel territorio emiliano. Le attività si espandono e il tessuto economico-sociale viene infiltrato provocando inefficienza e condizionamenti. mercato immobiliare, mercato edile e mercato del lavoro sono i più a rischio.


 19 maggio 2009, la Lazzetta di Reggio

REGGIO.  Storicamente Reggio è terra di conquista della ‘ndrangheta. Ma negli ultimi anni le ‘ndrine calabresi hanno dovuto fare i conti anche nella nostra provincia con il gruppo camorristico dei Casalesi, radicatosi grazie a fiancheggiatori di cui il pentito Domenico Bidognetti ha già  fatto da tempo i nomi. Negli ambienti investigativi reggiani ‘ndrangheta e camorra vengono identificate come forze alleate e calcolatrici, perchè in silenzio, senza spargimenti di sangue, traffici e affari sporchi si portano a compimento con più  facilità. Un equilibrio che comunque preoccupa, perchè  questa «colonizzazione» in atto può  alimentare «appetiti» sfrenati. Ma chi sono gli obiettivi mafiosi: imprenditori edili e legati al settore dei trasporti i più  esposti. La camorra, che si è radicata nel Modenese, potrebbe aver deciso di allargare i propri tentacoli. Un avvertimento dell’arrivo anche a Reggio della camorra è arrivato lo scorso inverno dalla Direzione investigativa antimafia (Dia). L’avvertimento è messo nero su bianco nella relazione sull’attività  del primo semestre 2008. Come spugne, «Modena, Reggio e Parma - si legge  nel corposo dossier presentato alla Camera dal ministro dell’Interno Roberto Maroni - ma ormai anche Bologna, Rimini e Ferrara stanno assorbendo proiezioni camorristiche legate soprattutto al cartello di Casal di Principe, capeggiato da Carmine Schiavone, al secolo Sandokan». Il report della Dia racconta la storia della camorra emiliana. I tentacoli dei casalesi, in origine limitati al «supporto logistico ai latitanti», si sono col tempo allargati: ora «sarebbero responsabili - spiega la relazione della Dia - della pressione estorsiva, esercitata non soltanto nei confronti di imprenditori edili provenienti dalla medesima area geografica, ma anche di soggetti locali». Dal racket al controllo camorristico del tessuto economico il passo è breve. «Potrebbe conseguire ulteriormente una soggezione psicologica ed economica, funzionale - spiega l’allarme lanciato dalla Dia - oltre che ai fini del riciclaggio e del reinvestimento speculativo, anche ai più  complessivi obiettivi di infiltrazione nella realtà economico-sociale emiliana, attraverso l’imposizione di ditte sub-appaltatrici, legate ai gruppi criminali campani». Ma, in Emilia- Romagna, non sono al riparo dalle infiltrazioni criminali neppure l’«intermediazione nel mercato del lavoro» ed il «mercato immobiliare, soprattutto del modenese e nel parmense». Sulle infiltrazioni mafiose (in particolare camorristiche) sempre più consistenti in Emilia-Romagna, il procuratore Silverio Piro si era già soffermato in passato, dopo l’operazione che nell’aprile scorso aveva portato in carcere i quattro affiliati al clan dei Casalesi identificati come i mandanti della gambizzazione di un imprenditore avvenuta a Modena l’8 maggio 2007. In quell’occasione, dalla Dda non avevano nascosto viva preoccupazione per le infiltrazioni camorristiche sul territorio, definite «diffuse» a Modena, Reggio e Ferrara. Il pm Lucia Musti, che da tempo si occupa delle indagini sugli affiliati Casalesi in regione, aveva tracciato anche un identikit dei camorristi trapiantati in Emilia-Romagna. Fanno i commercianti o gli imprenditori edili, aveva spiegato, fanno soldi con le case da gioco, possono contare su ogni tipo di benefit garantito dall’alto (dalle auto alla droga) e, ai livelli più bassi, guadagnano circa 1.200 euro al mese.