12 Novembre 2009, Repubblica I tre arrestati devono rispondere di associazione per delinquere finalizzata all’occupazione abusiva e di occupazione abusiva continuata. Un’indagine partita dalle denunce di Frediano Manzi, presidente di “Sos racket e usura”, che subì diversi attentati contro i suoi negozi.Il primo appartamento lo occupò nel 1982. Giovanna Pesco, 57 anni, soprannominata la “signora Gabetti” come la nota impresa immobiliare (che ovviamente con lei non ha nulla a che vedere), finita in manette ieri insieme alla figlia Anna Cardinale 39 anni, e il suo compagno Omar Moreschi, 29 anni, occupò il trilocale di un’ inquilina finita in ospedale. Lanciò in cortile mobili e vestiti, lo svuotò e se ne impossessò. Ventisette anni dopo, al culmine di un dominio incontrastato nel racket degli alloggi, quell’a ppartamento al civico 23 di via Padre Luigi Monti era – fino a ieri mattina – abitato ancora dalla Pesco. Nel frattempo però è totalmente cambiato: muri abbattuti, finestre rifatte, interni rimessi a nuovo.Per gli investigatori della squadra mobile e del commissariato Greco Turro che hanno compiuto gli arresti, i Pesco sono una delle famiglie che gestisce le assegnazioni. «Un’organizzazione che assicurava un “servizio completo” — spiega il capo della Mobile, Alessandro Giuliano — dalla forzatura di porte e finestre alla protezione, con l’istigazione di tutti i residenti ad aggredire gli agenti in caso di sgombero».Ora i tre devono rispondere di associazione per delinquere finalizzata all’occupazione abusiva e di occupazione abusiva continuata. Ordinanze firmate dal gip Federica Centonze su richiesta del pm Antonio Sangermano, indagate altre 12 persone. Un’i ndagine partita dalle denunce di Frediano Manzi, presidente di “Sos racket e usura”, che subì poi diversi attentati contro i suoi negozi. «Dopo 27 anni l’organizzazione è stata colpita — dice Manzi — Com’è stato possibile che nessuno sia mai intervenuto nonostante le denunce? Ora Comune e Aler procedano subito con gli sgomberi, a partire dalla Pesco».Quando arrivarono da Palermo, i Pesco — assieme ai Priolo e ai Cardinale — si spartirono strade e alloggi. Decine di esposti all’A ler, lettere in Comune non hanno impedito alle famiglie di controllare intorno a viale Testi — nelle vie val Cismone, Padre Luigi Monti e val Daone — un quarto delle case popolari. Mese dopo mese, dal suo “ufficio” nella latteria di via Padre Monti — indagati anche l’ex titolare e l’attuale — la donna ha deciso il destino di tanti disperati, disposti a pagare 1500 euro per le case piccole, 4mila per le più grandi. Un solo pedaggio all’ingresso per gli italiani, anche un affitto mensile di 300 euro per gli stranieri.Mentre lo Stato ha assegnato tre case negli ultimi tre anni, la mafia ne ha date 70, e la famiglia Pesco ne ha tenute per sé una ventina. Il marito della donna, anche lui indagato, ne ha uno in un’ altra scala. Un potere che le retate avevano solo scalfito. Dopo gli arresti infatti erano tornate le minacce per i residenti onesti che avevano fatto denuncia, inascoltati anche dal Comune. Così il potere della famiglia è cresciuto incontrollato. «Io sono invalida. Percepisco 400 euro per due mesi — ha detto al momento dell’arresto Giovanna Pesco — L’ho fatto per campare». Sandro de Riccardis
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