15 Dicembre 2009, Aginews
L’operazione “Compendium” della polizia, che ha colpito i clan mafiosi Emmanuello e Rinzivillo di Gela (Caltanissetta) con 41 arresti, racchiude diversi filoni di indagini. Prende spunto dal’inchiesta nata dall’operazione per la cattura del boss Daniele Emmanuello, rimasto ucciso in un casolare di campagna ad Enna, il 3 dicembre del 2007, dopo un conflitto a fuoco con la polizia, e finalizzata a scoprire la fitta rete di fiancheggiatori appartenenti a Cosa nostra che per anni ha coperto la latitanza del capomafia, partendo da Gela con profonde ramificazioni nel Nord Italia. Le indagini si sono avvalse oltre che dei tradizioni metodi investigativi anche delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Le dichiarazioni rese agli inquirenti dal collaborante Fortunato Ferracane hanno permesso alla Dda e alla polizia di ricostruire gli affari del clan mafioso nel Nord Italia e in particolare a Parma, dove si era trasferito Salvatore Terlati. Dalla precedente operazione denominata “Scirocco” e’ emerso che Terlati, dopo un periodo di detenzione, il 16 dicembre del 99 era stato scarcerato e sottoposto al divieto di dimora in Sicilia. Aveva scelto di trasferirsi a Parma. Durante il suo soggiorno in Emilia Romagna, a garantirgli le spese di mantenimento sarebbero stati altri affiliati a Cosa nostra, come Nunzio Mirko Licata e Francesco Vella. Durante il suo soggiorno a Parma, Terlati avrebbe curato una fitta rete di rapporti con diversi gelesi, operanti nel Nord Italia. In particolare Nunzio e Carmelo Alabiso gli avrebbero prestato il fianco per falsificare fatture e finanziare cosi’ il clan. Tra le attivita’ della cosca, anche il “caporalato”, che Terlati avrebbe mandato avanti grazie anche agli appoggi di Orazio Infuso e Nunzio Licata i quali, dietro la sua regia, avrebbero provveduto a procacciare operai per le imprese operanti nel settentrione, ricavando senza alcun titolo un guadagno sull’intermediazione. Inoltre Terlati avrebbe messo sotto estorsione alcune imprese facendo in modo che il pagamento del ‘pizzo’ potesse essere giustificato contabilmente dalle vittime con una regolare fattura, emessa da altre imprese complici, per operazioni inesistenti e in cui erano coinvolte ditte intestate a Orazio Infuso e a Nunzio e Carmelo Alabiso. A disposizione della ‘famiglia’, secondo gli inquirenti, anche un paio di imprenditori, come Rosario Cascino e Giovanni Luca Caltagirone, uno secondo l’accusa disponibile ad intimidire altre imprese concorrenti per l’aggiudicazione di qualche appalto che faceva gola a Cosa nostra e l’altro pronto ad assumere manodopera, reperire somme di denaro, emettere false fatture, per ricevere favori in cambio. Nel giro delle false fatturazioni, destinate a finanziare il clan di Gela, vi sarebbe stato anche l’imprenditore niscemese Francesco Aprile, domiciliato all’epoca delle indagini in provincia di Brescia, a Bovezzo.

