22 Gennaio 2010, Repubblica.it  Ferdinando Pomarici, capo uscente della Dda, segnala come le inchieste siano triplicate nell’ultimo anno: i procedimenti aperti sono passati da 10 a 31. Ai parlamentari è arrivata anche una relazione della Dia in cui si legge di “consolidata presenza di consorterie criminali, autoctone e non”.«Esiste la mafia a Milano?». La relazione di Lombardi si apre con questa domanda. Il prefetto osserva che per la legge la mafia esiste se c´è un´associazione i cui partecipanti “si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo”. Altro presupposto è «la condizione di assoggettamento o di omertà che ne deriva per commettere delitti o per acquisire il controllo di attività economiche finanziate da soggetti pubblici e privati». Qui tutto questo non c´è: «A Milano – al momento – non può dirsi che esistano organizzazioni del genere». E se altrove, la mafia è “emigrata”, grazie al soggiorno obbligato degli affiliati, per Lombardi, «la condotta mafiosa, per poter essere posta in essere richiede alcune condizioni che – per fortuna – non sono presenti nelle nostre zone».Ecco così la risposta alla domanda iniziale: «Se alcuni cognomi evocano collegamenti con le famiglie mafiose, ciò non vuol dire – necessariamente – che a Milano e in Lombardia esista la mafia». Eppure, agli atti della commissione c´è una relazione di Ferdinando Pomarici, capo uscente della Dda che segnala come le inchieste siano triplicate nell´ultimo anno: i procedimenti aperti sono passati da 10 a 31. Ai parlamentari è arrivata anche una relazione della Direzione investigativa antimafia, che parla di «consolidata presenza nella regione lombarda di consorterie criminali, autoctone e non». La penetrazione è agevolata da «una sempre più diffusa mancanza di liquidità ».E in provincia di Milano, aggiunge la Dia, «il comune denominatore di tutte le risultanze d´indagine è l´assenza di miglioramenti definitivi nella lotta alle “mafie nazionali” e il constatare come l´economia sommersa, alimentata dalle attività illecite ruotanti attorno alle forze mafiose, mantenga e rafforzi le proprie opportunità di crescita nel territorio, ritenuto fertile polo affaristico, imprenditoriale e commerciale». Cosa Nostra «continua a esercitare la propria contenuta e meno visibile influenza, anche avvalendosi di specialisti tributari e del settore bancario».
Lo dimostrano alcune indagini siciliane, come quella che coinvolge un avvocato tributarista che trasferiva denaro sporco alle Bahamas o l´inchiesta sul pizzo imposto dal clan gelese degli Emanuello a una società aggiudicataria della manutenzione dell´acquedotto per conto della Mm spa. Poi c´è la ‘ndrangheta, infiltrata nel tessuto economico-finanziario in vista dell´Expo e delle grandi opere. Il timore che famiglie come i Papalia ingenerano tra gli addetti ai lavori «ha favorito il mantenimento di una sorta di monopolio nel settore del movimento terra che, di fatto, ha pressoché cancellato, sotto l´egida di un cartello di imprese, la libera iniziativa nell´area sud-ovest di Milano».Grazie alla crisi, la vocazione imprenditoriale della criminalità calabrese si realizza anche «col concorso di pezzi di imprenditoria (in difficoltà finanziaria o stimolata da calcoli opportunistici) e di appartenenti alle istituzioni locali disponibili all´accomodamento e alla corruzione». Nella finanza si registra un aumento della cooperazione nella lotta al riciclaggio: le segnalazioni di operazioni sospette di mafia sono passate, nel primo semestre del 2009, da 14 a 32.Preoccupa, invece, quel che scrive Pomarici sulla ‘ndrangheta che si avvale «della rete protettiva rappresentata da numerosi canali informativi e da supporti operativi acquisiti anche all´interno delle forze di polizia». E se il tribunale ha sequestrato, nel 2009, 21 milioni euro ai clan, «desta notevole perplessità , e anzi specifica opposizione,     l´ipotesi di modifica legislativa che consenta la vendita al pubblico dei beni, sia mobili che immobili, già oggetto di confisca da parte dell´autorità giudiziaria».Davide Carlucci

