10 giugno 2010, La Gazzetta di Mantova Sei persone dalla doppia vita arrestate tra Eremo di Curtatone e San Giorgio. Sono accusate di appartenere alle cosche che si spartiscono appalti miliardari e tangenti per i lavori dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Una settima è sfuggita alla cattura. Il prefetto ha convocato il Comitato per l’ordine pubblico Sei arrestati e un latitante. L’operazione contro la ‘ndrangheta, con le 52 ordinanze di custodia cautelare per le tangenti sui lavori della Salerno-Reggio Calabria, ha portato all’individuazione di sette persone da tempo domiciliate nel Mantovano. Una, in particolare, è considerata un pezzo da novanta delle ndrine. L’inchiesta della polizia, con la soprendente scoperta di sospetti mafiosi inseriti nelle comunità mantovane, ha fatto alzare le antenne del Comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico, subito convocato in prefettura per analizzare ed eventualmente prevenire l’infiltrazione di mafiosi in un territorio ritenuto tranquillo, ma proprio perché tale più appetibile a coloro che devono mimetizzare traffici loschi e soprattutto passare inosservati. Preoccupati i sindaci. Badolato, primo cittadino di Curtatore: “E’ la punta dell’iceberg”.Gli arrestati nel blitz della squadra mobile di Mantova sono:Elena Sgrò, 79 anni, nata a Seminara di Reggio Calabria e residente a San Giorgio di Mantova; la figlia Elena Bruzzise, 29 anni, di Gioia Tauro, domiciliata a Eremo di Curtatone con il marito Vincenzo Cambareri, 29 anni; il secondo figlio della Sgrò, Giovani Bruzzise, di Oppido Mamertina, 43 anni, domiciliato a Eremo; e il terzo figlio, Antonio Bruzzise, 43 anni, di Seminara, residente a San Giorgio di Mantova. Quest’ultimo, autotrasportatore, è latitante. Il sesto personaggio raggiunto dall’ordinanza di custodia cautelare è Rocco Carbone, 43 anni, di Bagnara Calabra, di Eremo. A Eremo abitava anche Diego Rao. L’INCHIESTA Le accuse vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso all’omicidio, all’estorsione, al danneggiamento e altri reati. Nel mirino le infiltrazioni della ‘ndragheta negli appalti per l’ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Sono 52 le ordinanze di custodia cautelare ordinate dalla procura di Reggio Calabria, e non ancora tutte eseguite, nell’ambito dell’operazione Cosa Mia, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, contro un gruppo accusato di far parte delle cosche più agguerrite di Palmi.Gli arresti sono stati eseguiti in molte località del sud, centro e nord, tra cui Mantova. La squadra mobile di piazza Sordello ha arrestato sei persone mentre una settima, un camionista in viaggio per lavoro, sarebbe per ora sfuggita alla cattura. Alcuni degli arresti sono stati eseguiti a Goito, San Giorgio e Curtatone dove gli indagati, tutti di origine calabrese, dimoravano da tempo e avevano trovato una sistemazione lavorativa.Tra i destinatari degli ordini di custodia cautelare anche nove donne che sostituivano mariti e padri detenuti. In manette anche un ufficiale e due marescialli della guardia di finanza, accusati di aver passato a un commercialista informazioni riservate su accertamenti tributari compiuti a imprese in odore di criminalità organizzata.Che la ‘ndrangheta avesse messo le mani sugli appalti dell’A3 non è una novità. Già nel 2007 la mobile reggina aveva portato a termine un’operazione contro le cosche di Rosarno, Gioia Tauro e Limbadi che si spartivano le tangenti. Lo stesso sistema era stato realizzato più a sud, nel lotto di lavori che va da Gioia Tauro a Scilla. Per difendere i lucrosi affari dagli appetiti dei concorrenti, le cosche non avevano esitato a riprendere la faida che ha insanguinato Palmi dal 1997 al 1990 con 52 omicidi e 34 tentati omicidi, mettendo in campo uno spiegamento di uomini ed armi che gli investigatori definiscono «scenario di guerra».L’inchiesta di Reggio Calabria ha fatto chiarezza su una decina di quei delitti, individuando presunti mandanti ed esecutori, e anticipato la recrudescenza dello scontro tra i cartelli mafiosi. Il giro d’affari delle tangenti e dei subappalti ottenuti grazie a imprese controllate dalle cosche, è immenso. Lo si capisce, ad esempio, dalle intercettazioni. In un colloquio nel carcere dove sta scontando l’ergastolo, il boss Giuseppe Gallico, parlando con i famigliari, dice: «Il più grosso lavoro, il maggiore di tutti è questo di Palmi. Ci davano più di tutti. Vengono gallerie, ponti. Ci sono cinquecento miliardi, 500 milioni di euro. Per i lavori gli dovevano dare il 3% per tutti i lavori. Sessanta miliardi».In carcere, per un’altra inchiesta, sono finiti per corruzione, falso e truffa aggravati dalle modalità mafiose un capitano e due marescialli della guardia di finanza, Vincenzo Insardà, Giuseppe Crinò, e Francesco Inzerillo, che hanno prestato servizio a Locri. Nell’inchiesta, avviata dopo alcune sospette fughe di notizie, sono indagate per truffa e falso altre 61 persone, tra cui alcuni medici e un carabiniere.
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