Il Secolo XIX, di Graziano Cetara
«Quando il nuovo prefetto aveva cominciato a lavorare un anno fa, sulle prime ci eravamo chiesti “Ma questo cosa vuol fare qui a Genova?” Reggio Calabria è lontana… Poi abbiamo capito». Hanno capito, i funzionari e gli impiegati, cosa significa mettere i bastoni fra le ruote di un sistema criminale permeato nella macchina degli appalti, fino a trasformare gli affari pubblici in affari privati. E a quali rischi ci si espone. Lo hanno capito e ieri, quando sulle colonne del Secolo XIX hanno saputo del ripensamento del ministro dell’Interno hanno tirato un bel sospiro di sollievo: «Bene, si ricomincia a lavorare».
È come se il tempo avesse ripreso a scorrere attorno all’ufficio del prefetto Francesco Musolino, adesso che la «polpetta avvelenata» è svanita nel nulla. La consegna del silenzio imposta con l’esempio dal più alto in grado, è arrivata a tutti i livelli di responsabilità fino alle segretarie.
E così, nel giorno dello scampato pericolo, è impossibile avere dichiarazioni. Si può solo annusare l’aria, intuire la calma che non si è mai incrinata nell’ufficio del «capo», e sbirciare sulle scrivanie la rassegna stampa del ministero con gli articoli fotocopiati e fatti circolare. Quegli articoli.

