Operazione Aemilia, Delrio e le ombre sulle coop

Potrebbe non essere semplicemente la decisione di prendere parte alla processione del Santissimo Crocefisso a Cutro a far imbarazzare, se non a mettere nei guai, l’ex sindaco di Reggio Emilia, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Graziano Delrio. Al vaglio della magistratura c’è infatti anche tutta una serie di appalti e commesse, nel tempo finiti in mano alle cooperative, su cui sarebbero emersi quanto meno dubbi e sospetti. Elementi che inquirenti e investigatori hanno desunto da centinaia e centinaia di conversazioni intercettate, ma che stanno passando al setaccio con prudenza e pazienza, perché – è emerso dalle indagini – i cutresi erano stati in grado non solo di infettare la politica e l’economia emiliana, ma anche il mondo dell’informazione, piegandola ai propri interessi e voleri. Ogni affermazione, ogni dato, oggi è pesato, investigato, e messo da parte alla ricerca di riscontri, ma nonostante questo sono ombre pesantissime quelle che emergono sul mondo delle cooperative, grandi mattatrici di appalti pubblici in Emilia, ma – a quanto emerge – permeabili alla ‘ndrangheta.

 

«La mia cooperativa ha sempre pilotato le gare e non ci sono mai stati problemi»

A parlarne in dettaglio è Michele Colacino, imprenditore di origine calabrese, patron di una ditta di autotrasporti che nel Reggiano si è fatta largo non solo nel settore dei rifiuti. Per gli inquirenti è un «personaggio estremamente duttile e scaltro, dotato di doti di trasformismo che ne hanno consentito il riposizionamento, capace di trasformare la questione degli interventi preventivi prefettizi in una campagna mediatica – proseguita e affinata da Nicolino Sarcone – volta alla rimozione del problema delle infiltrazioni mafiose». Doti che gli hanno permesso di sopravvivere alla caduta in disgrazia di Romolo Villarillo, uno dei responsabili della cellula dei Grande Aracri in Emilia condannato dal boss Nicolino in persona per una serie di affari andati malamente in fumo, per avvicinarsi agli emergenti Francesco Lamanna e Nicolino Sarcone.

Per gli inquirenti, Colacino è dunque in tutto e per tutto un imprenditore del clan, che utilizza «in modo costante il rapporto con gli altri associati come forma di allargamento della propria influenza nonché capacità affaristica e di inserimento nel sistema economico emiliano». Da tempo gli investigatori gli stanno con il fiato sul collo ed è proprio ascoltando le sue conversazioni che iniziano a sospettare qualcosa di strano nell’affidamento degli appalti. Parlando con un collega, Francesco Bistaffa, nel dicembre 2011 gli spiega: «Qua i Comuni erano consorziati tutti sotto un’unica forma in ex “Agac”, l’Agac aveva fatto una fusione. Reggio Emilia… i Comuni di Reggio, i Comuni di Parma e i Comuni di Piacenza… fin quando era così la cosa era sopportabile perché ognuno aveva il suo… sulla carta erano… avevano fatto questa fusione, però Reggio dipendeva dal Comune di Reggio… mi capisci? Fino a quando è stato così la mia cooperativa ha sempre pilotato le gare e non ci sono stati mai problemi. Ora, circa… prima di quest’estate, hanno fatto una fusione con… con Torino e Genova. Dietro gli arresti che ci sono stati 3 mesi fa a Parma, sai che hanno arrestato, che il sindaco si è pure dimesso, roba del genere».

 

Gare truccate? «Lui andava dal sindaco…»

Il riferimento è alla maxi-inchiesta per corruzione che ha mandato ai domiciliari l’ex sindaco Pietro Vignali e di fatto azzerato l’amministrazione di Parma. Uno scandalo che ha ridisegnato anche la gestione degli appalti pubblici. Adesso, dice Colacino al collega «dipende tutto da Torino… tutto da Torino dipende, tutto, dalla A alla Z, gli hanno tolto l’autonomia a Reggio, a Parma… di conseguenza anche le gare d’appalto, quindi la mia cooperativa si è trovata spiazzata perché uno: prima che usciva l’appalto lo stabilivano assieme come far uscire la gara quindi la mia cooperativa era avvantaggiata; due: sapevano sempre chi erano gli invitati ed era sempre gente di Reggio e quindi nessuno faceva la guerra tra di loro, ognuno faceva il suo». Un “prima” su cui adesso investigatori e inquirenti vogliono vedere chiaro, per capire chi, come e in che misura, ma soprattutto perché abbia consentito alle imprese dei clan di avere porte aperte e amici nella pubblica amministrazione, tanto da essere in grado di condizionarne le gare. Anche perché Colacino – involontariamente – dà indicazioni molto precise: il ragazzo che c’era prima, che aveva le palle, non perché era calabrese, però aveva le palle… andava in Comune, andava dal sindaco e gli diceva: «Ascoltami qui noi siamo una cooperativa dove siamo 480 soci di cui abbiamo 1200 camion, di cui abbiamo 3 imprese, di cui Colacino, che sono enormi, con 37 dipendenti, abbiamo lavorato sempre qua, abbiamo fatto investimenti… cioè una questione anche politica… parliamo di cooperative, parliamo nella zona rossa, no?».

 

Giornalisti criminali, ma ben informati

Parole che si incastrano con quelle di Marco Gibertini, discusso giornalista reggiano un tempo in servizio in una tv locale, finanziata dal Consorzio cooperative di produzione e lavoro del quale fanno parte quasi tutte le coop reggiane, ben introdotto negli ambienti politico-imprenditoriali e istituzionali della città, già in passato finito in manette nell’ambito dell’operazione “Octopus”, scaturita da un’inchiesta della Procura di Reggio Emilia su un presunto comitato affaristico attivo in città, caratterizzato soprattutto dal ricorso in grande stile alla pratica dell’emissione di fatture per operazioni inesistenti, e al reimpiego dei proventi di tale attività. Per la cellula dei cutresi, Gibertini è una pedina importante secondo gli inquirenti perché fa da «collettore di soggetti, in genere imprenditori, alla ricerca di soluzioni alternative, e ovviamente illecite, per il recupero dei crediti dagli stessi vantato», ma è anche il «trait d’union tra il vertice della cellula reggiana Nicolino Sarcone e la ribalta mediatica capace di dare voce alle ragioni degli ‘ndranghetisti».

E poi, sembra essere una persona sempre ben informata. Lo comprendono anche gli inquirenti quando lo ascoltano chiacchierare con Mirko Salsi dei guai mediatici dell’allora consigliere provinciale e capo del Pdl cittadino Pagliani, presente a una cena in un locale «che rigurgitava – sottolineano i pm – di persone legate alla criminalità calabrese, nell’ambito di un meeting indetto proprio per appoggiare la causa dei calabresi». Durante la conversazione, Gibernini prima si fa sfuggire che «Liborio (Cataliotti, uomo di punta del Pdl reggiano, ndr) ha un dossier sulle cooperative», ma soprattutto che «i calabresi – che ammira tanto da progettare un libro su di loro –. Non servono più alle coop… Perché (inc.) … Perché loro erano quelli che alle coop… Molto onestamente… Fornivano denaro contante… Con le famose fatture alternative (inc.)… Così le coop con il contante andavano a pagare le tangenti… Adesso che non hanno più da lavorare… le coop».

 

Le confidenze di Pagliani dopo una cena compromettente

Ma gli elementi più inquietanti arriveranno proprio dal consigliere provinciale Giuseppe Pagliani, oggi finito in manette per concorso esterno, ma nel corso dell’indagine ascoltato affermare «mi hanno raccontato le testimonianze pazzesche… pazzesche su tangenti che le cooperative si facevano dare da loro per raccogliere dei lavori… guarda che la cooperativa grossa è una mafia schifosa, con roba da processo, veramente una roba schifosa… ho saputo più cose stasera che in 10 anni di racconti sull’edilizia reggiana! perché questi sono la memoria dell’edilizia degli ultimi 30 anni eh!». Pagliani sta raccontando alla compagna della cena al ristorante “Antichi sapori” cui ha partecipato insieme agli uomini di vertice e agli imprenditori espressione della cellula cutrese a Reggio – Nicolino Sarcone, Gianluigi Sarcone, Giuseppe Iaquinta, Michele Colacino, Antonio Muto – ma anche ad altri esponenti del mondo politico locale come l’avvocato Caterina Arcuri voluta perché calabrese, il legale Antonio Sarzi Amadè vicino al Pdl e il consigliere comunale Rocco Gualtieri, e – sottolineano gli inquirenti – a una giornalista «a non lasciare dubbi sul rilievo pubblico da attribuire all’evento».

 

I cutresi «vogliono usare il partito»

Pagliani è contento, si sfrega le mani perché pensa di avere di fronte un’occasione per avere successo, politico e non solo. Crede di avere finalmente trovato un aggancio importante perché «a Reggio hanno costruito loro eh! tutto eh! dove non eravamo noi manu..manovali eravamo piccoli imprenditori… dove non eravamo appaltanti delle cooperative eravamo subappaltanti» cioè è difficile trovare un edificio dove non ci siano stati un po’ di cutresi a costruirlo eh! davvero eh nano!». E i cutresi – riferisce Pagliani alla donna «vogliono usare il partito». In quei mesi, il prefetto di Reggio Emilia ha messo in atto un controllo serrato sui cantieri, le interdittive fioccano, e anche in Provincia le imprese dei clan trovano le porte sbarrate. Per questo, dice il politico «vogliono usare il partito, proprio il… il Pdl per andare contro Masini, contro la Sinistra, anche per la discriminazione.. dice: “Fino a ieri noi gli portavamo lavoro, eravamo la ricchezza di Reggio… con tutto quello che ne concerne… oggi ci hanno buttati a terra via come se fossimo dei preservativi usati?”. Vero eh!». Una prospettiva che non dispiace per nulla a Pagliani che – ascoltato dai Ros – gongola all’indirizzo di Masini: «Adesso gli faccio una cura come dio comanda». Ma Masini non sarebbe indigesta solo ai suoi avversari politici. Il gran rifiuto di partecipare al pellegrinaggio del Santissimo Crocifisso a Cutro – stando a quanto da lei stessa denunciato – le è costato le antipatie di molti all’interno dello stesso Pd reggiano e forse anche qualche sgambetto elettorale.

 

La delegazione reggiana a Cutro

A Cutro però Delrio non è andato da solo. Della delegazione reggiana faceva parte anche il consigliere comunale di origine calabrese Andrea Olivo, allo stato non indagato nell’inchiesta “Aemilia”, ma in passato rinviato a giudizio con il figlio Gaetano e l’ingegnere Maurizio Trizzino per truffa, falsità ideologica in atto pubblico, uso di atto falso e frode processuale per aver «ingannato la pubblica amministrazione, fornendo attestazioni non vere al fine di ottenere un certificato di conformità edilizia e agibilità parziale». Due volte consigliere comunale sotto le amministrazioni Delrio, eletto nel 2009 – stando alla stampa locale – «con 226 preferenze, buona parte delle quali espresse dai suoi conterranei giunti a Reggio da Cutro, e che lo ritengono un punto di riferimento per tradurre le istanze della comunità calabrese agli organi amministrativi», nel 2012 confessa alla Gazzetta di Reggio di volersi organizzare per aiutare «l’amico paesano Sarcone (Gianluigi, ndr)», imprenditore destinatario di interdittiva antimafia e fratello di quel Nicolino, considerato il referente numero uno dei Grande Aracri a Reggio Emilia. «Vedrò di organizzarmi con Scarpino (altro consigliere comunale a Reggio, nativo di Cutro, ndr) per vedere se abbiamo un minimo margine di manovra per aiutare Sarcone e gli amici cutresi. Siamo tutti in difficoltà, mica solo l’amico paesano Sarcone. Spero che capisca». Fin qui, una quanto meno poco opportuna manifestazione di solidarietà da calabrese a calabrese, da imprenditore a imprenditore. Ma Olivo va oltre e prima si scaglia contro le interdittive antimafia, sottolineando «devono essere usate però con una certa accortezza», quindi difende a spada tratta Sarcone che «ha avuto purtroppo dei problemi in passato e se li è portati dietro nel tempo. Lo conosco anche se non ci frequentiamo: è molto bravo nel suo lavoro. Stiamo attraversando tutti una situazione davvero complessa, con le banche che non ci danno soldi e un sacco di pregiudizi». Un concetto che trova eco nella campagna mediatica ordita dai clan, tesa a presentare i “calabresi” come vittima della crisi e delle coop.

 

La curiosa puntualità del viale Città di Cutro

Ma la curiosa presenza di una folta delegazione reggiana all’evento religioso simbolicamente più importante non solo per Cutro, ma per il clan Grande Aracri, non è l’unica manifestazione di vicinanza che la città emiliana, ai tempi dell’amministrazione Delrio, abbia voluto nei confronti della cittadina del Crotonese. Nel 2009, l’anno delle amministrative, Reggio Emilia ha infatti promosso un gemellaggio con Cutro nell’ambito del quale al centro calabrese è stato intitolata anche una strada, come segno – ha affermato il sindaco Delrio in quell’occasione – «che sottolinea l’amicizia e la collaborazione tra le due città, i cui abitanti hanno intrecciato la loro storia dall’inizio degli anni Sessanta. Arrivarono a Reggio giovani e famiglie con spirito di iniziativa e voglia di lavorare: essi hanno costituito nel tempo una parte importante del nostro tessuto economico e sociale. Reggio è divenuta la loro città, sebbene il legame con Cutro continui a essere molto forte e vitale, come ho potuto constatare di recente quando ho visitato Cutro in occasione della festa del Crocifisso».

 

E cinquemila voti sospetti…

Tuttavia c’è chi sulla tempistica di queste «manifestazioni di amicizia» solleva dubbi. Stando a quanto si legge nel dettagliato dossier pubblicato dalla Casa della legalità «Delriò trionfò in quella tornata elettorale. Il partito di Delrio, il Pd, alle comunali ottenne 37.890 voti, e la sua lista personale “Cittadini con Delrio” conquistò altri 1.637 voti. Complessivamente 39.527 voti. Venne eletto sindaco al primo turno con il 52,5 %. Su quello stesso territorio del Comune di Reggio Emilia, nelle parallele elezioni provinciali, il Pd recupera 34.959 voti, ovvero 4.568 in meno rispetto ai voti conquistati, nella stessa votazione, nello stesso territorio, con Delrio, per il Comune. Che in quella differenza di voti abbia pesato il fatto che a differenza di Delrio (a pieni voti) la Sonia Masini, presidente uscente e ricandidata alla presidenza della Provincia si sia rifiutata di scendere a Cutrò alla processione dietro al Santissimo Crocefisso». Alessia Candito, Corriere della Calabria