Il boss di Buccinasco: «Così si cresce al Nord un figlio della mafia»

«Alcune persone sono state affiliate alla ‘ndrangheta per le loro capacità. A me è successo da ragazzino, non per le mie capacità a delinquere, ma per la mia provenienza familiare». Sette ottobre 2016. Negli uffici della Procura di Torino, davanti alla scrivania del capo della Direzione distrettuale antimafia Anna Maria Loreto, c’è un ragazzo di 28 anni. La corporatura basta a spiegare quel soprannome che gli hanno affibbiato fin da bambino: Micu Mc Donald. All’anagrafe Domenico Agresta, di Saverio, nato all’ospedale di Locri il 22 settembre 1988 . Attualmente detenuto. «Dottoressa, ho chiesto questo colloquio perché voglio collaborare con la giustizia». Inizia così la storia del più giovane «pentito» nella storia della ‘ndrangheta. Ma soprattutto di quello che sta diventando uno dei più importanti collaboratori di giustizia nelle mani dell’Antimafia dai tempi di Saverio Morabito. Perché Agresta ha vissuto a Platì (Reggio Calabria), a Volpiano (Torino) e a Buccinasco, e di queste terre conosce ogni segreto. Ma soprattutto perché la sua famiglia fa parte dell’oligarchia della mafia d’Aspromonte trapiantata al Nord, insieme ai Marando, ai Trimboli, ai Molluso, ai Papalia, ai Perre e ai potentissimi Barbaro. Famiglie strettamente imparentate tra loro e per questo solide, impenetrabili, mai toccate da faide. «Sono preoccupato per la mia sicurezza, i fatti che riferirò riguardano e coinvolgono i miei familiari. Sono stato affiliato alla ‘ndrangheta e la maggior parte delle cose che ho da dire riguardano i miei familiari».

Domenico Agresta
Domenico Agresta

Micu Agresta è in carcere dal 2008 quando è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso il piastrellista Giuseppe Trapasso, 23 anni, freddato in Piemonte nell’ottobre dello stesso anno. È stato condannato a 30 anni in via definitiva. Poi un’altra condanna per l’inchiesta Minotauro del 2011 sulla ‘ndrangheta in Piemonte. La notizia della sua collaborazione è emersa nel processo per il delitto del procuratore di Tornio Bruno Caccia, dopo che grazie alle sue rivelazioni è stato indagato un altro (presunto) killer. Il padre di Agresta, Saverio, oggi è libero e vive a Casorate Primo (Pavia), è stato anche lui arrestato per Minotauro, ed era considerato il caposocietà del locale di Volpiano. Il nonno Domenico, invece, è stato il capo della ‘ndrangheta di tutto il Piemonte. E andava a braccetto con un boss del calibro di Antonio Pelle, ‘Ntoni Gambazza . Ma per anni lui e la sua famiglia hanno vissuto alle porte di Milano tra Buccinasco, Corsico e Cesano Boscone. E adesso le sue rivelazioni ai magistrati milanesi potrebbero provocare un terremoto.

«Fino a due anni fa non pensavo minimamente di collaborare. In carcere è arrivato mio zio Domenico Marando (fratello del boss Pasqualino, scomparso e ucciso in circostanze misteriose, ndr). Mio zio mi stava addosso, mi opprimeva. Si lamentava perché secondo lui stavo prendendo troppo sul serio la scuola e andavo troppo dall’educatrice». Agresta spiega che alla base del pentimento c’è anche la comprensione che quelli «della ‘ndrangheta non sono valori profondi e positivi»: «I valori e la vita in cui erano inserito erano tutti sbagliati. Prima pensavo che l’arresto di una persona fosse togliergli la libertà, in realtà non è così. Mentre facevo questo percorso, in carcere continuavo a ricevere le “doti” di ‘ndrangheta. Questa condizione ha iniziato a pesarmi, la vivevo come una maschera. Non sono una persona omertosa in grado di rispettare le regole della ‘ndrangheta. Ho senso di colpa per la morte di Trapasso». Il suo racconto è soprattutto quello di come la mafia calabrese cresce ed educa i suoi affiliati, non sulle montagne di Platì, ma a Buccinasco: «Io sono stato “fatto uomo” (battezzato nella ‘ndrangheta, ndr ) nell’aprile 2008. Devo dire però che anche prima e in tutta la mia vita ho “respirato” una serie di insegnamenti e valori che erano quelli tipici della ‘ndrangheta”. Intendo dire che a chi non è “uomo”, ovvero non è stato affiliato, non è possibile fare discorsi di ‘ndrangheta, però io avevo capito avendo vissuto fin da bambino in quell’ambiente che sia mio padre sia i miei parenti erano ‘ndranghetisti». Micu Mc Donald dice di aver scelto «la cultura e la giustizia»: «Non è facile tradurre a parole questo mio sentire, è come un’aria chiusa che si respira fin da piccoli».

Le doti e i parenti a Milano

Agresta racconta ai magistrati di traffico di droga, doti, sequestri di persona e omicidi. Tutte informazioni ricevute dal padre (che ha una dote elevatissima) e dai parenti. Dopo il suo arresto il padre Saverio fa sapere al figlio che ormai era pronto per «ricevere tutto», ossia arrivare ai massimi gradi della ‘ndrangheta: «Al carcere di Torino ho ricevuto una serie di doti, prima quella del camorrista , poi lo sgarro , poi la santa, il vangelo e infine le doti di trequartino, quartino e padrino , tutte insieme». Le affiliazioni in carcere avvenivano in maniera meno «scenografica» per evitare di attirare le attenzioni della polpenitenziaria: «Le doti mi furono riconosciute perché avevo commesso un omicidio e non avevo parlato, ma anche per l’importanza che aveva mio padre». Che, è giusto ribadirlo, ha 58 anni, è stato detenuto molti anni per traffico di droga e oggi vive, libero, a Casorate Primo. La sorella di Micu Mc Donald ha sposato Giuseppe Molluso, 33 anni, ai domiciliari a Motta Visconti dove sta scontando una condanna per droga. E nella stessa indagine erano sfiorati proprio gli Agresta.

La famiglia, la madre e le sorelle

Il racconto di Domenico parte dagli anni milanesi: «Da bambino ho vissuto a Volpiano, quando avevo quattro o cinque anni mi sono trasferito con la famiglia a Buccinasco. Negli anni in cui mio padre è stato detenuto abbiamo vissuto facendo su e giù tra il Piemonte e Corsico, Buccinasco e Cesano Boscone. In provincia di Milano abbiamo vissuto in case che ci aveva messo a disposizione mio zio Pasqualino, prima di essere ucciso». Poi racconta della madre, Anna Marando: «So che mia mamma non condividerà la mia scelta e non mi vorrà più come figlio. Lei è attaccata ai suoi fratelli, è stereotipata dalle regole della ‘ndrangheta. Se si trasgrediscono le regole della ‘ndrangheta non c’è affetto che conti. Questo vale anche per mia madre. Sono consapevole che questo percorso lo farò da solo». E racconta anche cosa significhi per una donna crescere in una famiglia mafiosa: «Le mie sorelle sono state cresciute in quel mondo ed è come se fossero in carcere». I loro matrimoni sono stati «combinati» dai genitori che hanno indicato i futuri mariti: «Hanno scelto i loro pretendenti solo per l’aspetto fisico, tra quelli che mio padre gli aveva indicato come possibili mariti». Ma non basta, perché le regole della ‘ndrangheta sono medievali: «Ricordo che mia sorella aveva iniziato a frequentare una scuola di moda e poi mio padre l’ha fatta smettere perché non voleva che indossasse abiti di un certo tipo». Cesare Giuzzi, Corriere.it