Buccinasco, Abbattuti con le ruspe gli orti dei clan Un simbolo «intoccabile» da 30 anni

Ciccio Mazza ha compiuto sessant’anni tre giorni fa, e questo regalo di compleanno se lo sarebbe volentieri risparmiato. Urla contro l’amministrazione comunale e si sbraccia, il signor Francesco Tropiano, agitando le stampelle con le quali si regge in piedi. Guarda i recinti con le caprette e un cavallo, mentre due amici stanno abbattendo le baracche abusive. «Le ruspe non le faccio entrare. Se devo tirar giù tutto lo faccio da solo».

Nel 2004 i carabinieri lo catturarono proprio qui, in un casolare degli orti di via dei Lavoratori, a Buccinasco. Era latitante da due anni e doveva scontarne 13 per droga nel maxiprocesso Nord-Sud contro la ‘ndrangheta. «Ero tornato per vedere mia madre che stava male. Sono arrivati prima i carabinieri. Ma qui mica facciamo niente di male, vengono i nipotini a giocare…».

Ciccio Mazza è un personaggio fumantino, ma alla fine anche lui ha accettato di buttar giù tutto e chiudere questa pagina di storia che dura da più di trent’anni. Da quel 1981 quando alcune famiglie calabresi hanno acquistato questi 27 fazzoletti di terra nella speranza che diventassero un giorno edificabili e si sono invece ritrovati con i vincoli del Parco Sud. Famiglie dai cognomi pesanti: Tropiano, Trimboli, Cannata, Perre, legate a doppio filo al clan della ‘ndrangheta Barbaro-Papalia. E così quegli orti erano diventati i luoghi di mangiate, riunioni, scambi di droga, deposito di armi, merce rubata, auto e rifiuti. Li avevano chiamati gli orti della ‘ndrangheta. E non sbagliavano. Visto che qui, ancora fino a qualche anno fa, le telecamere della polizia hanno documentato traffici di cocaina e di armi.

Come la mattina del 22 gennaio 2010 quando gli investigatori della Narcotici riprendono Rocco Barbaro, oggi 39enne, e il cugino Giuseppe Molluso, di 33, oggi ai domiciliari a Motta Visconti, mentre «prelevano» un fucile da una delle baracche e se lo passano di mano. E in quell’inchiesta verrà documentato come Molluso (cognato del nuovo collaboratore di giustizia Micu Agresta), utilizzasse gli orti per incontrare i trafficanti di cocaina.

Quell’orto, in realtà intestato a un’altra persona, è stato il primo ad essere smantellato mercoledì mattina dagli operai incaricati dal Comune di Buccinasco (17 mila euro l’importo dei lavori) che hanno eseguito gli ordini di demolizione il cui iter era stato avviato nel 2013 dal vicesindaco Rino Pruiti. Un percorso amministrativo non proprio rapidissimo: «Finalmente siamo riusciti a riportare la legalità, è stato un impegno personale», spiega Pruiti. «L’abbattimento ha soprattutto un valore simbolico — commenta il sindaco Giambattista Maiorano —. L’istituzione è presente, non ci sono zone da considerare terra di nessuno».

La precisazione non è scontata. Anche perché ad accogliere i (pochi) visitatori — l’area si trova alle spalle di un campo sinti — ci sono ancora le tre croci di legno con tanto di scritta «Inri», piazzate qui nel 2005 dal signor Francesco Fasciano, 65 anni, pugliese, anche lui pregiudicato. Lui racconta d’averle costruite per «rivivere la passione di Cristo», e anche oggi mentre carica l’auto di cianfrusaglie da salvare dal ragno meccanico che distrugge le baracche tutto intorno, s’infervora spiegando che in realtà quelle grandi croci non nascondono altri significati se non la sua «incontenibile devozione al Signore». Eppure l’allora sindaco Maurizio Carbonera la pensò diversamente quando nel marzo 2005 vide quelle croci e ricevette un proiettile via posta. E si disse che si trattava di un messaggio per lui e per due funzionari dell’ufficio tecnico dopo che il Comune aveva iniziato l’iter per demolire le case abusive degli orti.

Un primo blitz nel 2004 era stato respinto dagli occupanti, poi nel 2006 i primi abbattimenti. A Carbonera sarà anche incendiata una macchina e verrà danneggiata quella di un dipendente comunale, fatti mai del tutto chiariti. Poi baracche e casolari erano tornati come prima. Ora il Comune acquisirà le aree abbandonate. Nella speranza dopo trent’anni di chiudere (finalmente) questa storia infinita. Cesare Giuzzi, Corriere.it