Brescia, cadute tutte le accuse di ‘ndrangheta al processo Mamerte. Due condanne per reati tributari

Cadono tutte le accuse di mafia nella sentenza in primo grado del processo Mamerte, nato da un’indagine che puntava a dimostrare l’esistenza di un gruppo di ‘ndrangheta nelle valli bresciane. Era stato lo stesso pm Paolo Savio a chiedere ai giudici di far cadere la contestazione nei confronti degli imputati per associazione mafiosa e di quelli per associazione a delinquere semplice. Due diversi filoni investigativi, per fatti contestati tra il 2007 e il 2011: uno su reati di natura finanziaria e l’altro orientato al 416 bis, per più di 40 indagati in totale.

Per il ramo economico, dei 27 indiziati iniziali, solo 9 sono stati rinviati a giudizio con rito ordinario mentre i rimanenti si sono divisi tra condanne in rito abbreviato (in particolare quella di Luca Sirani a 5 anni e 6 mesi e di Alfredo Pelligra a 2 anni) e proscioglimenti. Dei rinviati a giudizio, con la sentenza di ieri sette sono stati assolti e due condannati: Marco Plebani (2 anni e 11 mesi) e Francesco Scullino (4 anni e 6 mesi) per reati legati all’evasione di imposte sui redditi di società edili loro intestate e per reati tributari legati all’utilizzo di “F24” fittizi, le cosiddette illecite compensazioni. Non ha retto invece l’accusa di associazione a delinquere semplice, finalizzata alla commissione di reati fiscali, di riciclaggio e fallimentari, a carico di Scullino, Isabella Sirani, Erika Carera e Alfredo Pelligra, tutti assolti perché “il fatto non sussiste”. Per quanto riguarda il ramo relativo all’associazione di stampo mafioso, dei 15 rinviati a giudizio iniziali, 4 sono stati assolti ieri con rito ordinario “perché il fatto non sussiste” e i rimanenti 11 erano stati anch’essi prosciolti in abbreviato. Per conoscere le motivazioni della sentenza occorrerà aspettare 45 giorni.

Gli inquirenti ritenevano di aver individuato gli appartenenti a una locale di ‘ndrangheta stabilitasi, questa la tesi dell’accusa, nel territorio di Lumezzane. A rispondere per questo capo d’imputazione erano rimasti Giovanni Tigranate, Rachele Salvatore, Giuseppe Piromalli e Giuseppe Quaranta. Già nella requisitoria finale il pm, chiamato a formulare i capi d’accusa prima della sentenza, aveva però limato le accuse: “Chiedo l’assoluzione degli imputati dall’accusa di 416-bis perché il fatto non sussiste”. Oltre ad alcune intercettazioni definite “sfortunate” nell’attività di indagine, talvolta compromessa da malfunzionamenti delle microspie e in un caso da una fuga di notizie riservate, è mancata la dimostrazione processuale che gli imputati fossero organicamente inseriti in una struttura criminale di stampo mafioso operante come tale.

Il pm, nel chiedere l’assoluzione per gli imputati, ha però posto l’accento sull’attività di indagine che ha inizialmente spinto a contestare l’associazione mafiosa. L’inchiesta parte da intercettazioni dell’operazione antidroga “Jaguar”, collegate a un’altra operazione, “Centauro”, che porta gli inquirenti sulle tracce di alcuni personaggi poi coinvolti in Mamerte. Scatta così l’arresto di 24 persone, accusate aver gestito un traffico di droga tra la Calabria e la Val Trompia. Gli inquirenti ipotizzavano contatti tra la presunta locale lumezzanese e alcuni calabresi vicini alla ‘ndrina dei Feliciano di Oppido Mamertina (Reggio Calabria) , residenti nell’ovest bresciano da anni. Rapporti finalizzati, ipotizzavano gli inquirenti, a far approdare il gruppo operante in Val Trompia verso nuovi business legati alla costituzione di società cartiere attive nell’edilizia grazie all’operato di Francesco Scullino, di Oppido, e Luca Sirani, bresciano già condannato per bancarotta fraudolenta e come riciclatore della ‘ndrina dei Facchineri di Cittanova (Rc). L’ipotesi però non ha convinto i giudici.

Il pm Savio infine aveva sottolineato nel corso del dibattimento alcuni punti di interesse emersi dalle intercettazioni: oltre all’incontro del 24 novembre 2007 a Orzinuovi (il fil rouge che collega i due filoni), quello del 26 gennaio 2008 presso una cascina di Odolo in cui gli inquirenti trovarono un santino di San Michele Arcangelo – che la ‘ndrangheta utilizza nei riti di affiliazione – o il riferimento, in talune telefonate tra indagati, all’“albero della scienza”, che rappresenta la gerarchia dell’Onorata Società. Claudio Campesi, ilfattoquotidiano.it