Omicidio Caccia, il giovane pentito: «Lo uccisero perché incorruttibile»

«Ho deciso di collaborare a ottobre, 5 mesi fa, grazie agli strumenti che ho acquisito a scuola, dall’educatrice, strumenti che mi hanno portato a amare l’arte, la letteratura. Ho iniziato a fidarmi della giustizia, grazie a quegli educatori, agli psicologi e ai magistrati e al loro lavoro». Lo ha detto Domenico Agresta, il 28 enne nipote del boss Domenico Agresta, capo supremo della ‘ndrangheta in Piemonte, nel corso della sua testimonianza al processo a carico di Rocco Schirripa come esecutore materiale dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, freddato sotto casa sua nel 1983. «La scossa me l’ha data mio zio Domenico Marando che voleva che smettessi di collaborate», ha aggiunto il 28enne, soprannominato fin da piccolo «Micu Mc Donald» per la sua corporatura, affiliato alla ‘ndrangheta fin da bambino, in carcere dal 2008 con l’accusa di aver ucciso il piastrellista 23enne Giuseppe Trapasso e condannato a 30 anni in via definitiva. «Mio zio aveva capito che mi stavo facendo un’altra mentalità rispetto a quella di mio padre e della malavita. Per me questo percorso era vita, non volevo tralasciarlo. Mio zio ha iniziato a minacciarmi e averlo sempre in carcere con me era pesante, finché ho chiesto aiuto e ce l’ho fatta», ha concluso. «Micu», che ora è odiato dalla sua famiglia, ha parlato in videoconferenza, posizionato in modo da non rendere riconoscibile il suo volto.

L’omicidio del procuratore

Domenico Agresta ha ricostruito, testimoniando nel processo milanese a carico di Rocco Schirripa, il movente dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia del 1983. Rispondendo alle domande del pm della Dda di Milano Marcello Tatangelo, davanti alla Corte d’Assise, Agresta («la mia famiglia ha sempre fatto parte della ‘ndrangheta”, ha detto) ha confermato anche quanto già detto a verbale nei mesi scorsi, ossia di aver saputo in carcere, da suo padre Saverio e altri, che ad ammazzare Caccia furono Rocco Schirripa (imputato) e Francesco D’Onofrio, ex militante di Prima Linea, ritenuto vicino alla ‘ndrangheta e da poco indagato anche lui come esecutore dell’omicidio.

«Era inavvicinabile e incorruttibile»

Domenico ha raccontato che Placido Barresi, cognato di Domenico Belfiore, gli avrebbe detto il motivo per cui «avevano ammazzato Caccia». Barresi gli avrebbe raccontato che «erano entrati nel suo ufficio senza appuntamento per convincerlo ad aggiustare processi e indagini, ma lui gli urlò addosso e gli sbatté la porta in faccia» e loro «lo uccisero proprio per la rabbia di essere stati cacciati così, lo uccisero perché era inavvicinabile e incorruttibile». Proprio dalle dichiarazioni rese da Micu davanti al pm Tatangelo lo scorso novembre è scaturito un nuovo filone di indagine sull’omicidio del magistrato (come mandante è stato già condannato in via definitiva Domenico Belfiore) aperto a Milano a carico di Francesco D’Onofrio, il quale, secondo l’accusa, avrebbe agito assieme a Schirripa (arrestato nel dicembre del 2015, il primo processo a suo carico è stato azzerato per un vizio formale) come esecutore materiale.

«Sono due persone terribili»

Agresta ha raccontato che nel 2012, quando era in carcere a Torino assieme a suo padre Saverio, quest’ultimo disse: «Il procuratore di Torino se lo sono fatti loro due», riferendosi a «Schirripa e D’Onofrio» e al fatto che loro «avevano ucciso» Bruno Caccia. A sentire questo discorso c’era anche il boss Domenico Crea. Poco prima, ha spiegato il pentito, «Crea aveva fatto il nome di un altro ucciso (il pm ha invitato Agresta a non riferire quel nome, essendo le indagini in corso e coperte da segreto, ndr) e mio padre gli disse subito: quello se lo sono fatti Schirripa e D’Onofrio e pure il procuratore di Torino se lo sono fatti loro due». E Agresta, poi, ha aggiunto: «Ho un ricordo al cento per cento di quella frase di mio padre, quei due sono persone terribili, ne parlavano tutti, hanno commesso tanti omicidi». Corriere.it