‘Ndrangheta in Piemonte, Il baby-pentito Agresta riapre il caso del suicidio del capo della ’ndrangheta: “Lo indussero ad ammazzarsi”

Corte d’Assise di Milano. Esame di Domenico Agresta, baby pentito della ‘ndrangheta al Nord cresciuto tra Volpiano e Buccinasco, tra Torino e Milano . Gli avvocati lo incalzano e si finisce per parlare di Giuseppe Catalano, l’uomo più forte della criminalità calabrese fino al 2011, prima che Minotauro spazzasse via l’ala militare (e non solo quella) dell’organizzazione: 150 arresti, 10 operazioni in sei anni, condanne in serie.

«Catalano lo hanno portato al suicidio alcuni affiliati con una serie di violenze psicologiche dopo la sua dissociazione». Ed ecco che in un attimo di un delicatissimo processo per omicidio si spalanca una finestra sul suicidio del capo del capo dei capi dei calabresi di Torino, il custode delle regole. Che per Agresta non è maturato autonomamente. Che è stato indotto. Tecnicamente è un reato, storicamente una svolta che a Torino alcuni inquirenti avevano intuito, ma che non era mai stato provato.

Giuseppe Catalano si suicidò a Volvera il 18 aprile 2012, 10 mesi dopo l’arresto. Quel pomeriggio andò sul balcone di casa, in via Vittime della Marsaglia. Spostò accuratamente i vasi dei fiori e si lanciò nel vuoto. Morì in ambulanza. Non prima però di aver firmato in carcere una dissociazione dalla malavita. Non accusò nessuno, ma era un ammissione implicita: «Ho fatto parte della ‘ndrangheta e non intendo più andare avanti cosi». Quella scelta divenne un boomerang micidiale per le centinaia di boss e gregari che si preparavano – a quell’epoca – ad affrontare il primo grado del maxi processo. Perché se il capo conferma di essere un mafioso allora il resto dell’impianto accusatorio avrebbe avuto un punto fermo quasi indissolubile.

La procura aprì un cosiddetto «Fascicolo K» per fatti non costituenti reato. Quel suicidio fatto passare per la curva finale di una fortissima depressione non bastava a chiarire i contorni di un fatto assai misterioso seguito, mesi dopo, dal suicidio anche del figlio di Catalano.

Furono fatti accertamenti che non condussero a nulla di più di una riflessione investigativa. Oggi Agresta riapre la partita e parla di qualche affiliato che avrebbe fatto «violenze psicologiche». La sua ricostruzione fa il paio con un’intercettazione dell’operazione Colpo di Coda. Dopo la dissociazione Catalano era stato isolato, era diventato un nemico. Almeno per un affiliato della zona. Al telefono con la madre e con la fidanzata racconta: «Lui ha ammesso che c’è un’organizzazione. In questo modo gliela mette nel c…agli altri. Pure da vivo si atteggiava, faceva il buffone». Strano «per uno che ha trattato cose di ‘ndrangheta per cinquant’anni e che a 18 anni ha ammazzato per la prima volta». Si scopre cosi che al funerale di Giuseppe Catalano non andò nessuno «Nemmeno un cane – dice l’uomo -, e chi ci va da uno che è passato per cornuto?». Le indagini potrebbero ripartire velocemente.  Giuseppe Legato, Massimo Numa, La Stampa