Bologna, si è pentito Femia: il boss della ‘ndrangheta che minacciò Tizian


Ha deciso di saltare il fosso. Nicola Rocco Femia, il boss che aveva minacciato il giornalista Giovanni TIzian e che ha febbraio scorso è stato condannato a 26 anni e 10 mesi nell’ambito del processo Black Monkey, si e’ pentito. La prova della sua collaborazione si trova nei verbali del processo “Anjie” su rapporti tra narcotrafficanti calabresi e mafia albanese depositati della Dda di Catanzaro. Femia in quel contesto è stato ascoltato, secondo quanto scrive oggi la Gazzetta del Sud, dai magistrati calabresi Nicola Gratteri e Vincenzo Luberto avvertiti dalla procura bolognese della scelta appena fatta dal boss.

La decisione del “padrino” di origini calabresi (è nato a Gioisa Jonica, in provincia di Reggio Calabria), ma da tempo con interessi in Emilia Romagna, è arrivata all’indomani della sentenza di Cassazione che ha reso definitiva una condanna a suo carico per droga a 23 anni di reclusione. In quel frangente, molto probabilmente, “don Rocco” ha forse capito che avrebbe trascorso quel che gli resta da vivere dietro le sbarre. E prima ancora che arrivasse la sentenza di primo grado di “Black Monkey” con la quale sono stati condannati anche i figli Nicola e Guendalina e il genero, ha chiesto di parlare con il pm della Dda di Bologna, Francesco Caleca. I verbali portano la data del 16 febbraio scorso ed a questo punto non è un caso che alla lettura della sentenza in aula della settimana successiva il boss abbia preferito non essere presente.

Femia era finito in manette a Bologna nel 2013, assiema ad altre 29 persone ed ai figli con l’accusa di associazione a deliquere di stampo mafioso finalizzata a tutta una serie di reati. Il businnes a cui il clan di ‘ndrangheta Femia fa riferimento in Emilia Romagna è relativo al monopolio del mondo delle schede per slot machine truccate e, più in generale, del gioco d’azzardo. Nell’ambito della stessa inchiesta vennero fuori anche le minacce di morte al giornalista dell’Espresso Giovanni Tizian, responsabile di alcune inchieste (quando era collaboratore alla Gazzetta di Modena) sui suoi interressi imprenditoriali nelle province di Modena e Bologna.

Femia avrebbe iniziato a far riempire i verbali della Dda di Bologna già da alcuni mesi. Centinaia di pagine su diversi argomenti. Intanto sul traffico di stupefacenti di cui sarebbe stato uno dei protagonisti assieme al clan Muto di Cetraro. Poi su tutta una serie di altri “affari” che lo hanno visto coinvolto, più o meno direttamente, sia in Calabria che il Emilia Romagna. La sua collaborazione potrebbe risultare tra le più importanti per ricostruire gli interessi della ‘ndrangheta al Nord, trattandosi di un capo e non di un semplice affiliato. Da settimane, su questi temi, stanno lavorando gli investigatori delle due regioni che dopo le dichiarazioni di Femia sono impegnati nella ricerca dei riscontri alle autoaccuse e alle accuse eventualmente mosse da Femia ai suoi complici.
Per capire quanto sia genuina la sua collaborazione sarà però necessario attendere ancora. Gli inquirenti non hanno intenzione di prendere per oro colato quanto affermato da “don Rocco”, ne’ si accontenteranno di dichiarazioni “già note” o semplicemente autoaccusatorie. Insomma prima che il boss possa essere considerato credibile ci vorrà tempo. Tempo e indagini mirate. Giuseppe Baldassarro, La Repubblica