I segreti di Micu, il rampollo criminale pentito

Dalla Calabria all’Australia, passando per il Piemonte e la Lombardia. È l’élite mondiale della ’ndrangheta: Agresta, Barbaro, Papalia, Sergi, Marando, Molluso. Un cognome un brand della mafia più potente del mondo che evoca la triste stagione dei sequestri di persona: prima e dopo Cesare Casella. Famiglie incrociate una con l’altra. Tutti parenti, tutti alleati: una dynasty. Quella di Platì, Volpiano, Buccinasco, Corsico, Cesano Boscone. Che trema da mesi per Domenico Agresta, 28 anni, soprannominato «Micu McDonald», l’ultimo pentito della Dda di Torino.

Che il giovane killer condannato per un omicidio commesso in Canavese nel 2008, stia raccontando ai magistrati torinesi (e non solo) tutto ciò che sa della sua famiglia è emerso a Milano, al processo per l’omicidio del procuratore Capo Bruno Caccia: «Noi siamo tutta una famiglia, da Torino a Milano a Platì. E tutta la mia famiglia – ha detto in aula – è ’ndranghetista. Per loro la ’ndrangheta è vita, è normale che dovevo parlare con Torino anche dei miei familiari perché sono loro che mi hanno educato a quel tipo di mentalità inculcandomi i loro voleri. Voleri ripeto non valori».

Il pm Marcello Tatangelo – che a Torino ha firmato inchieste complicatissime a fine Anni Novanta sulle faide che hanno decimato alcune costole di questa dinastia – premette: «Su certe cose c’è il segreto istruttorio, quindi la prego di non fare nomi». Ma Agresta è un fiume in piena.

«Ho la sfortuna, dottore, di non aver scelto il mio destino. Sono nato in una famiglia in cui non c’è una persona – ma dico non una di numero – che da bambino avrebbe potuto portarmi via da quell’ambiente».

E vediamola questa famiglia degli Agresta, questa dinasty potentissima e sterminata che dall’Aspromonte ha conquistato il mondo.

«Mio bisnonno ha fondato insieme ad altri il locale di Platì» ha detto il pentito riportando le lancette all’inizio del XX secolo. «Mio nonno invece è stato responsabile del Piemonte e ha preso il posto di Belfiore Domenico».

Suo nonno si chiamava come lui, Domenico Agresta. È emigrato a Volpiano nel 1974. A Platì era stato condannato per un omicidio del 1960. Appena scarcerato si trasferì in Piemonte con la moglie e i figli Saverio e Antonio trovando un impiego di operaio alla Singer.

Saverio è il padre del pentito. Il nonno e il genitore furono arrestati nel 1977 per il sequestro dell’impresario edile Carlo Bongiovanni, 28 anni all’epoca del rapimento avvenuto il 3 marzo in un garage di corso Galileo Ferraris.

Traditi dal vivandiere del commando, furono condannati in primo e secondo grado: 15 anni e 3 mesi per Domenico e 13 anni per Saverio. Il nonno è morto nel 1990 ma rimane un mito, un convitato di pietra, nella sterminata cerchia familiare degli Agresta.

Ma anche il padre di «Micu», Saverio non scherza. Lui è vivo e vegeto, dimora a Casorate Primo, vicino a Pavia, ma ha trascorso quasi tutta la vita tra Volpiano e Corsico «dove si era trasferita mezza Platì» ha specificato il pentito.

«Non posso fare nomi, ma ho riferito a Torino che mio padre ha commesso due omicidi» ha spiegato Agresta, opportunamente stoppato dal pm Tatangelo per via del segreto istruttorio.

Sua mamma invece è Anna Marando, terza di 11 fratelli: Pasqualino il narcos dei due mondi, Domenico, Rosario, Nicola e Rocco (il pentito di Minotauro). Gli altri – Francesco, Alfredo e Luigi – sono morti ammazzati. E sono zii del collaboratore.

Ma c’è un altro zio di grandissimo spessore sul quale Micu può sapere tantissime cose. Si chiama Antonio Agresta, fratello di Saverio. È in carcere, condannato a 20 anni in primo grado nel processo scaturito dall’operazione «Pinocchio» del Gico. Droga a tonnellate insieme alla famiglia Assisi di San Giusto Canavese. E sempre per droga il padre Saverio e lo zio Antonio furono arrestati nel 1993 nell’operazione Riace con condanne lunghissime superiori a 15 anni.

Tra i cugini del pentito spicca un suo omonimo, Domenico (chiamato anche lui così in onore del nonno), figlio di Antonio. E’ un campione di crossfit (fitness elaborato), gestisce una palestra a Volpiano. E’ stato arrestato in Minotauro, condannato in secondo grado a 7 anni, la Cassazione ha annullato con rinvio. Si deve tornare in Appello. Al telefono con il defunto boss di Settimo Giuseppe Gioffrè, ucciso a Bovalino in un agguato il 28 dicembre 2008, parlava di politica. Era da poco trapelata la notizia relativa al pentimento di Rocco Varacalli, protagonista della maxi operazione Minotauro. E Gioffrè era preoccupato perché il suo nome era uscito sui giornali e lui, imprenditore, aveva ricevuto telefonate dalle banche e dai fornitori torinesi: «Allora menomale che ho tre, quattro assessori che gli ho detto le cose come stanno: ma dov’è sta ’ndrangheta qua?» E Domenico: «Appunto! Che chi glieli raccoglie i voti al prossimo giro?»

Non è finita qui. Perché la sorella del pentito, Rosa Agresta ha sposato Giuseppe Molluso, 33 anni, ai domiciliari a Motta Visconti dopo una condanna per traffico di droga. E poi ancora: «Tutti i fratelli Sergi di Milano sono primi cugini nostri. E il fratello di mio padre ha sposato la figlia di Michele Papalia, che è fratello di Rocco, Domenico e Antonio». I Re di Milano.

Ce n’è abbastanza per far tremare un impero.  Giuseppe legato, La Stampa