‘Ndrangheta, l’Antimafia: «A Genova si è infiltrata tra i portuali»

In Liguria la ‘ndrangheta è riuscita a infiltrarsi anche nei gangli vitali della società, «creando occasioni di illecito arricchimento in un territorio attanagliato da una grave crisi economica e sociale», tanto da arrivare a coinvolgere i «lavoratori portuali, sino a pochi anni fa vero e proprio argine al degrado»: così si legge nel capitolo della relazione annuale della Direzione nazionale Antimafia dedicato alla nostra regione.

In particolare, il porto di Genova «si è progressivamente trasformato nel luogo in cui i traffici e gli affari illeciti si sviluppano e si moltiplicano. E in tale contesto si è registrato anche il coinvolgimento dei lavoratori portuali. Appartenenti a organizzazioni sindacali e lavorative molto forti e rappresentative, permeate da una coscienza non solo sindacale e ideologica. ma anche civile da sempre in grado di neutralizzare il diffondersi di comportamenti di malaffare, hanno scelto di porsi al servizio della ‘ndrangheta, dando vita a una preoccupante inversione di tendenza».

Il fenomeno criminale in Liguria, però, non sarebbe limitato al solo traffico di stupefacenti: «L’organizzazione calabrese ha adottato la medesima, collaudata strategia volta ad acquisire il controllo di attività produttive e a condizionare la libertà delle scelte della pubblica amministrazione», una realtà emersa grazie alle inchieste sul Terzo Valico da parte del Cociv o quelle sulla gestione e lo smaltimento dei rifiuti.

Nella relazione non manca una “stoccata” ai magistrati liguri: «Sul piano processuale, i risultati altalenanti, e non sempre ritenuti soddisfacenti per l’ufficio requirente, riflettono la non piena consapevolezza anche da parte della giurisdizione operante in Liguria della gravità del fenomeno e della sua concreta pericolosità».

Terrorismo, in Liguria non c’è allarme, ma «ci sono contatti»
Quanto alle indagini in materia di terrorismo islamico in Liguria, pur non delineando un quadro allarmante per la regione, hanno «svelato preoccupanti contatti tra soggetti stabilmente dimoranti in Italia e contesti organizzati in Europa per la realizzazione di attentati», si legge ancora nella relazione annuale dell’Antimafia.

I simpatizzanti e i radicalizzati usano «la Rete, i social network e in genere gli strumenti informatici che rappresentano il mezzo quasi esclusivo impiegato per propagandare le idee terroristiche e fare proseliti».

Quanto acquisito dagli inquirenti «costituiscono solide basi per sostenere l’ipotesi della esistenza in Europa di un centro operativo dell’Isis cui è attribuito il compito di indirizzare, finanziare e coprire gli attentatori, dotato di autonomia esecutiva e di appoggi dislocati in diversi Stati. Un centro in grado di indicare le modalità di ingresso e di uscita dai paesi europei attraverso un meccanismo collaudato in cui l’Italia rappresenta un paese di transito».

L’organizzazione terroristica, dunque, dev’essere pensata come «una “rete” in grado di mettere in relazione persone assimilate da un comune progetto politico-criminale. Uno spaccato in cui i soggetti indagati, fondamentalisti islamici, pur vivendo nel nostro paese, mostrano atteggiamenti ostili nei confronti dell’ambiente in cui dimorano»; per finanziare le “cellule”, l’attività privilegiata è quella del traffico di droga, visto che molti dei radicalizzati intercettati sono stati ascoltati mentre si indagava su questo. Il Secolo XIX