«Ecco il tesoro dei clan liguri». Ma la Svizzera nega le carte

C’è un momento in cui questa storia sembra diventare anche un dramma familiare in stile Dinasty: «Lassù c’è tutto», si dicono con una certa apprensione Caterina e Antonio Mamone. Sono pronti a portare in tribunale i più noti fratelli Gino e Vincenzo, che per sfuggire alle inchieste che gravano sul primo stanno trasferendo un patrimonio immenso tra società inglesi e svizzere, senza però tenere conto della quota dei fratelli soci. I quali reclamano 5 milioni di euro e sono pronti a fare causa. «Lassù» per gli inquirenti sarebbe Londra, un riferimento alla cassaforte Silvermount Traders Ltd. «Tutto», sono decine di milioni.

La «falsa separazione» di Gino

Con un gioco di prestigio dai bilanci della Eco Ge, colosso genovese delle bonifiche in liquidazione e con lavoratori a spasso, sono stati «fatti sparire 10 milioni di euro». Soldi che, per l’Antimafia, sarebbero stati riciclati e immessi in altri conti esteri della famiglia fra Londra, Monaco e Lugano. Il solo Vincenzo Mamone, sostengono gli investigatori, avrebbe «asset per 50 milioni». Su un deposito bancario di Lugano intestato a Ines Capuana, moglie di Gino, vengono rilevati 4.376.992, mentre la donna avrebbe organizzato «una falsa separazione dal marito» per ragioni più fiscali che sentimentali, e sulla sua posizione apre accertamenti anti-riciclaggio anche la Procura di Lugano.

Dopo anni di indagini e processi per corruzione e traffico illecito di rifiuti, ma mai per ’ndrangheta, per la prima volta la Direzione investigativa antimafia, coordinata dal pm Giovanni Arena e dal colonnello Sandro Sandulli, ha chiesto la sorveglianza speciale nei confronti dei fratelli Gino e Vincenzo Mamone, del padre Luigi e dell’omonimo nipote di quest’ultimo (sono difesi dagli avvocati Andrea Campanile e Claudio Zadra). Una «misura preventiva», basata non su dati giudiziari definitivi, ma sui «forti indizi» di vicinanza alle cosche: in primis i ricorrenti incontri con i boss calabresi e il tentativo nell’arco di anni di influenzare la politica, oltre alle inchieste per reati contro la pubblica amministrazione. Questo dossier, per i giudici del tribunale di Sorveglianza che hanno rigettato la misura, non è suffragato da prove sufficienti. «È come un gatto che si morde la coda – rilancia la Procura – poiché le medesime prove dovevano arrivare dalla Svizzera».

Lo “scontro” tra magistrati ha anticipato di pochi giorni la visita della commissione parlamentare antimafia a Genova, occasione in cui la presidente Rosy Bindi ha polemizzato parlando proprio di «misure preventive spesso rigettate sulla base di principi sbagliati: certi giudici non ne capiscono la natura». «L’esito – dice invece Zadra, legale di Vincenzo Mamone – dimostra la totale infondatezza della vicenda».

La Procura ha presentato appello, ripartendo dall’ultima indagine sui Mamone: la Finanza, a partire dal 2013 e fino a tempi recenti, ha ipotizzato un maxi-riciclaggio con la Svizzera, legato alla paura di sequestri per i processi di Gino (è accusato di aver corrotto funzionari dell’azienda genovese della nettezza urbana). Le autorità elvetiche di fatto hanno rifiutato le rogatorie sostenendo che non ci siano sufficienti prove per dimostrare il reato presupposto del riciclaggio (l’illecita provenienza dei capitali).

Il filone svizzero nasce dalle dichiarazioni di un ex collaboratore e prestanome di Gino Mamone, Massimo Scocca. È lui a raccontare che uno dei primi tentativi di portare capitali oltre confine fallisce perché i rappresentanti di una società finanziaria basata a Zurigo, la Centrapriv Zurich, sentono puzza di bruciato.

Faccendieri e narcotraffico

«Dissero che erano interessati solo a operazioni non tracciabili, come l’investimento di contanti, e che con le società inglesi qualcosa si sarebbe potuto fare. L’accordo saltò dopo che raccolsero un dossier da cui risultava che Gino Mamone fosse altamente sospettato di appartenere a organizzazioni mafiose. Ribadirono che erano disponibile ad accettare qualsiasi somma, anche da proventi “in nero”, ma non da soggetti vicini alla criminalità organizzata: in quel caso i rischi sarebbero stati troppo elevati». Scocca non si spiega nemmeno come faccia il fratello Vincenzo Mamone, che avrebbe asset per 50 milioni di euro, a possedere tutto quel denaro all’estero «non avendo mai gestito attività redditizie».

«I dettagli descritti – scrive la Dia – inducono a ritenere verosimile il raggiungimento dell’odierna posizione economica, anche – seppur non esclusivamente – attraverso proventi illeciti della ’ndrangheta». Tra i movimenti anomali viene inoltre rilevato il rapporto tra Ines Capuana e il broker svizzero Henry Ricci, che trova alla moglie di Mamone «un’abitazione e un lavoro fittizio». Il nome di Ricci era emerso in un’indagine della Procura di Catanzaro, che partendo dal narcotrafficante Bruno Pizzata, condannato a 30 anni, erano arrivati ad alcune società svizzere. Marco Grasso, Il Secolo XIX