Blitz contro la ‘ndrangheta a Seregno: «Questa è gente che spara per niente»

Cambia la città, cambiano i volti, i nomi dei locali. Cambia la parlata degli avventori, magari i drink più gettonati, forse gli orari. Ma identici sono i metodi. E identica – svela l’operazione antimafia eseguita martedì mattina per ordine della Dda di Milano – è la tracotanza con cui giovani nipoti di boss reclamano con le armi quello che per sangue e casato pretendono di diritto. Soldi, potere, ma soprattutto riconoscimento sociale. A Reggio Calabria come in Brianza.

CAPRICCI DA RE Della politica del basso profilo dei nonni e dei padri non ne vogliono sapere. Ubriachi di falsi “rispetti” e armi reali, si presentano sulle strade come capricciosi reucci bambini, che – capricciosi e avidi – esigono quel che presumono di loro proprietà, incuranti di conseguenze e conseguenti attenzioni e arresti. Non dialogano, pretendono. Anche dai clan cui fino a poco tempo fa era stato garantito o elargito un territorio.

GLI AUTOPROCLAMATI «PADRETERNO» «Tutta questa gioventù che è cresciuta» che «vorrebbe essere il Padre Eterno» ma non sa «fare neanche una «o» con il bicchiere», li definisce quasi sconsolato il vecchio don, Salvatore Muscatello. Ma anche lui, storico padrino di un piccolo ma radicato clan della Brianza, di fronte alle lamentele del nipote, Ludovico Muscatello, non può fare nulla.

IL LOCALE DEI “CALABRESI” Il giovane viene ferito a colpi di pistola da un gruppo di giovani originari di Africo. Qualche giorno prima erano stati scacciati in malo modo dallo “Spazio Renoir”, la discoteca a cui Ludovico Muscatello aveva garantito “protezione”. Con lui a dirigere la security, gli “amici calabresi” non hanno mai pagato né ingresso né drink, o almeno non lo hanno fatto fino a quando il proprietario non ha paventato il rischio fallimento. Ma nessuno, grazie alla protezione del clan, si azzardava a disturbare. Poi sono arrivati “gli africoti”, che una sera hanno messo a ferro e fuoco il locale e per questo sono stati allontanati (e probabilmente malmenati) dalla security diretta dal giovane Muscatello. Un affronto che il giovane ha pagato con un tentato omicidio.

I GIOVANI TIRADRITTO Nessuna delle sue pretese di vendetta o rivalsa però – scopre quando va dal nonno per lamentarsi –  può essere soddisfatta. Perché a guidare il gruppetto degli africoti che ha firmato prima il raid in discoteca e poi la spedizione punitiva contro Muscatello e un suo collega è Giuseppe Morabito, figlio di Giovanni e nipote del boss Tiradritto.
E da Africo a Milano, dalla provincia jonica alla Brianza, quello dei Morabito “Tiradritto” è il nome di una delle famiglie d’élite delle ‘ndrine, di uno dei casati che ha scritto di proprio pugno la storia della ‘ndrangheta. Per questo, quando i giovani nipoti del boss Peppe decidono di “prendersi” Mariano Comense e Cantù, strappandoli dopo oltre 30 anni ai Muscatello, nessuno si mette in mezzo. Al massimo, si cerca una soluzione pacifica che permetta la convivenza di tutti. Commercianti ed esercenti invece si adeguano in fretta al nuovo corso.

LA DITTATURA SILENZIOSA «La fama di questi ragazzi, ben conosciuta in tutta la città, mi ha indotto ad avere nei loro confronti un occhio di riguardo, nel senso che, spesso le offrivo loro delle consumazioni. Non vi nascondo che in alcune giornate si fermavano nel locale anche per ore», mette a verbale un commerciante, decisosi a denunciare solo dopo aver trovato un proiettile sulla sua auto. «lo, un po’ per timore, un po’ per evitare problemi, li assecondavo – aggiunge – Ribadisco che questo gruppo di persone è noto a tutti i commercianti e gestori di locali della piazza e da tutti vengono trattati nello stesso modo».

NESSUNO CHIEDE IL CONTO AI CALABRESI Per tutti quanti, erano i calabresi del bar Crystal, piccolo ritrovo formalmente intestato ad un cinese e in cui molti di loro risultavano assunti, ma che in realtà era la base operativa delle loro scorribande. «Cercavo di evitare di chiedere il denaro per le consumazioni, o meglio – racconta il titolare di un bar –  aspettavo che loro facessero il primo passo. Se loro mi chiedevano il conto, allora facevo il calcolo delle consumazioni e dicevo la cifra. Differentemente, il gruppo usciva dal locale salutando il personale amichevolmente, ma senza chiedere “quant ‘è “. In questo caso io o il mio personale ci guardavamo bene dal richiamare i personaggi per intimare loro di pagare».

IL REGISTA Nella periferia brianzola, dove i paesi si mischiano in un susseguirsi di case, palazzotti e piazze, i giovani Morabito si sentivano re. E come tali si comportavano.  «Questa è gente che spara per niente» commenta, intercettato, un commerciante. Il giovane Morabito – racconta mesi dopo ai carabinieri – non aveva neanche bisogno di agire in prima persona. Era con il gruppo ma stava a guardare mentre gli altri agivano. E non avevano freni.

«UNA SITUAZIONE INGESTIBILE» Sono arrivati persino a colpire l’auto di un uomo, “reo” di aver semplicemente preteso di attraversare la strada che stavano occupando. E poi risse, aggressioni, pestaggi ingiustificati o scatenati per un nonnulla. Bastava uno sguardo di troppo, uno spintone involontario. Hanno firmato raid e spedizioni punitive contro esercenti e dipendenti. Persino bombe incendiarie nei locali in cui non si sentivano sufficientemente “rispettati”. Senza dimenticare le più o meno classiche estorsioni.  «Abbiamo a che fare con una situazione che è ingestibile, perchè in tutti i bar che vanno, fanno quel cazzo che vogliono.. , quello che vogliono!» racconta ancora il titolare di un bar.

BENVENUTO FRATELLO Per il gip di Milano,  si tratta di episodi che dimostrano che «alcuni soggetti provenienti da Africo (RC) hanno posto in essere specifici comportamenti finalizzati ad assumere il controllo a fini estorsivi di locali pubblici insistenti nella piazza Garibaldi di Cantù con particolare riferimento alla discoteca “Spazio”, locale da anni sotto il controllo dei Muscatello». E senza che questi ultimi avessero alcunché da ridire. Al contrario, Ludovico – il rampollo del casato “di zona” –ha finito per guardare con timore e ammirazione Giuseppe Morabito, nipote del Tiradritto. Chiamava «fratello» – nota quasi con stupore il giudice – il medesimo soggetto che ha presumibilmente ordinato la sua gambizzazione.

I VERI PADRONI A pagare era il paese, messo sotto scacco dalle giovani leve del clan, anche grazie – si sottolinea nell’ordinanza – all’omertà di chi non ha denunciato. «I  “delinquenti” che causano disordini all’interno del locale ne escono come i veri padroni ai quali non può in alcun modo essere negato l’accesso; essi sono soliti fare il bello e cattivo tempo all’interno e all’esterno della discoteca danneggiando i locali e usando violenza gratuita ai danni degli altri avventori; usufruiscono di consumazioni gratuite che vengono loro elargite solo per paura di reazioni violente».

ORDINE PUBBLICO E PRIVATO Per altri, come l’imprenditore Antonio Lugarà, i giovani rampolli di Africo erano diventati un punto di riferimento. È a loro che si rivolge per costringere un debitore riottoso a pagare, ma anche per individuare gli autori del furto in casa subito dalla figlia e recuperare gli oggetti sottratti. Si tratta – commenta il gip – di «chiari ed inconfutabili indici rilevatori della manifestazione esterna del potere mafioso, ampiamente temuto e riconosciuto dalla collettività, attuata attraverso il controllo del territorio, con l’utilizzo dell’uso della forza intimidatrice per imporre la propria volontà, nella sostituzione allo Stato nell’esercizio della giurisdizione e nella risoluzione delle controversie private, nell’offerta e svolgimento di servizi di “protezione privata”, nell’attività di recupero credito».

IL VERO VOLTO DI MILANO E – continua – «chi esercita il potere di risoluzione delle controversie private o di protezione o di recupero credito, cosi sostituendosi allo Stato, esprime l’espressione e la manifestazione dell’essere mafioso: i mafiosi sono, infatti, giudici civili e penali, ordinatori e giustizieri, riassumendo nella propria persona molti delicati poteri normalmente esercitati dallo Stato». E in questo caso non in Calabria. Ma nell’hinterland di quella che un tempo era definita la “capitale morale” d’Italia, ma giorno dopo giorno, indagine dopo indagine, si conferma culla di ‘ndrangheta.  Alessia Candito, Corriere della Calabria