Lombardia, i politici e la ‘ndrangheta Il costruttore e i contatti al Pirellone «Dice Mario che pensa a tutto lui»

«Noi andiamo ogni settimana in Regione da Mario, quando cade un po’ in depressione ci chiama… io ho avuto la campagna elettorale a Seregno, mi ha detto “non devi fare niente ci penso tutto io”…». Mario Mantovani è «l’amico personale» di Antonino Lugarà, l’imprenditore che cura gli interessi propri e quelli dei clan della ‘ndrangheta a Seregno, cuore della ricca Brianza.

Che sia amico lo dice lo stesso Lugarà, legato ai clan attraverso «l’uomo cerniera» Carmelo Mallimaci, intercettato dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano. Che non si tratti di millanteria lo testimonia la partecipazione di Mantovani, ex vicepresidente della precedente giunta regionale in Lombardia ed ex assessore alla Sanità, a un incontro «conviviale» con Lugarà, Mallimaci e altri, al bar panificio Tripodi di Seregno, gestito dai parenti di Paolo Crea, ex reggente della ’ndrangheta a Desio. E ancora Mantovani viene filmato dagli investigatori ad Arconate, cittadina feudo del politico di Forza Italia, mentre passeggia con l’imprenditore Lugarà. Quel Lugarà che al telefono indica la nuova giunta di Seregno al neo sindaco Edoardo Mazza che per i magistrati è più impegnato a tutelare l’amico che gli interessi pubblici. Lo dimostra l’affare «Dell’Orto», area che Lugarà possiede attraverso una società intestata alla moglie, e sulla quale progetta — ancor prima delle necessarie varianti al Piano di governo del territorio — di costruire un centro commerciale.

Mario Mantovani è indagato per corruzione. Ieri i carabinieri hanno perquisito gli uffici della sua fondazione. Quando Mazza viene eletto sindaco, l’imprenditore edile Lugarà scrive un sms al politico lombardo: «Ciao Mario ti ringrazio molto per la vittoria di Seregno è anche merito tuo. Quando puoi ti vorrei incontrare». Ma nei rapporti tra Mantovani e Lugarà pesa anche un nuovo filone d’indagine su affari legati alla costruzione di cliniche nell’hinterland milanese e a presunti favori nelle carriere mediche all’interno delle aziende sanitarie lombarde. Così come nuove speculazioni immobiliari nella zona di Peschiera Borromeo. Ieri sono state perquisite anche le Ats (ex Asl) di Pavia, Monza e Desio.

Nelle carte dell’inchiesta oltre al nome di Mantovani torna anche quello di un altro politico lombardo già finito nella bufera per corruzione, l’ex consigliere regionale di centrodestra Massimo Ponzoni: «Quando Massimo era partito nella sua, diciamo, storia politica, l’aveva lanciato Mario Mantovani. Massimo ha molta difficoltà perché ha speso tutti i soldi. Un po’ glieli hanno sequestrati, un po’ spesi, quasi 800 mila euro tra avvocati e il resto…», racconta al telefono Lugarà. Lo stesso Ponzoni e l’imprenditore originario di Melito Porto Salvo sono stati intercettati dai carabinieri mentre si confrontavano sulle future nomine della giunta di Seregno.

Sul fronte criminale l’inchiesta svela il nome di uno dei partecipanti al summit di ’ndrangheta al circolo Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano del 2009, quando vennero riscritti gli assetti dei clan dopo l’assassinio del boss secessionista Carmelo Novella. L’intuito di un maresciallo del Nucleo investigativo di Milano ha permesso di scoprire che Fortunato Calabrò, 51 anni, di Carate Brianza (MB) corrispondeva a uno dei boss invitati alla mangiata e rimasti finora senza un nome (Ignoto 23). È stato riconosciuto dal giubbotto che indossava quel 31 ottobre di 8 anni fa.

In cella, accusato di associazione mafiosa, anche il giovane padrino Giuseppe Morabito, 30 anni, nipote del boss di Africo ‘u tiradrittu. Era il terrore delle notti di Cantù (Como): risse, sparatorie e agguati.

Cesare Giuzzi, Corriere.it