Mantova, Inchiesta Pesci, arriva un altro pentito

Martedì, durante il collegamento in videoconferenza con il pentito di ’ndrangheta Antonio Valerio, non era nella gabbia degli imputati nell’aula del processo Aemilia. La sua assenza è stata notata, come quella del suo legale. Salvatore Muto, il muratore crotonese appena condannato a 18 anni nel processo Pesci, compagno di merende e di estorsioni di Antonio Rocca, oltre che amico e autista di Francesco Lamanna, il braccio destro del boss Nicolino Grande Aracri, era già lontano. Poche ore prima era stato fatto uscire dalla cella del carcere di Reggio Emilia per essere portato in una località segreta. Accusato a Reggioo Emilia di associazione a delinquere di stampo mafioso, ha deciso di pentirsi ed entrerà nel programma di protezione. La prospettiva dei 18 anni di cella deve averlo spaventato, facendo maturare la decisione di vuotare il sacco. Muto, considerato dalla Dda bresciana personaggio di spicco della cosca cutrese, come ha avallato la sentenza di primo grado è risultato coinvolto in episodi di minacce ed estorsioni agli imprenditori edili Rocco Covelli Giordano Boschiroli, «Tu entro il 2 di maggio i soldi me li devi dare, sennò io vengo a casa tua, ti incendio, ti ammazzo a te e a tua moglie, ammazzo tutti”: per citare solo uno dei suoi tanti avvertimenti con i muscoli. Salvatore Muto, era anche il titolare della ditta Magisa, che era stata imposta a Matteo Franzoni e a Giampaolo Stradiottoda Antonio Rocca.

Muto è il quarto pentito delle inchieste Aemilia e Pesci, dopo Pino Giglio, Paolo Signifredi e l’ultimo Antonio Valerio, che con le sue dichiarazioni sta disegnando affari e legami della cosca finora misteriosi. Un effetto ugualmente defragrante promettono di produrre le dichiarazioni di Salvatore Muto, che nel corso del processo Pesci aveva sempre proclamato la sua estraneità alla cosca Grande Aracri.

Se la Dda e poi la sentenza del processo Pesci lo indicano come un affiliato alla cosca, i suoi difensori lo avevano sempre dipinto come un piccolo artigiano appellandosi proprio ad alcune intercettazioni che sono tra le carte del processo Aemilia, «da cui si capisce che in realtà lui aveva lavorato nel cantiere e che il denaro che chiedeva gli spettava». A puntare il dito su Salvatore Muto è stato l’altro pentito, Paolo Signifredi, l’ex uomo dei conti del boss, che ha raccontato di un viaggio in auto durante il quale Muto gli aveva puntato una pistola alla tempia in auto.

Il muratore verrà interrogato già nei prossimi giorni dalla Dda bresciana che lo ha portato alla sbarra e poi alla condanna: le sue rivelazioni saranno fondamentali per il processo d’Appello della Pesci e, c’è da immaginare, anche per il ricorso in Cassazione che i Pm Claudia Moregola e Paolo Saviopresenteranno contro l’assoluzione di Antonio Muto, l’imprenditore di Curtatone scagionato anche nel secondo grado dall’accusa di aver fiancheggiato la cosca.

Martedì, nella sua lunga deposizione, Antonio Valerio ha tirato in ballo un personaggio citato, seppure non indagato, nell’inchiesta Pesci, per un suo incontro poco chiaro con Antonio Muto sul cantiere di piazzale Mondadori: Raffaele Todaro, genero del boss Antonio Dragone, anche “braccio economico” della sua parte. Nicolino Grande Aracri lo voleva morto, cercò di farlo eliminare, ma il piano sfumò perché la vittima predestinata si diede alla macchia.

L’incontro con Muto, nel giugno del 2012, fu preceduto da una rapida telefonata, in cui Todaro gli disse che voleva vederlo per parlargli di cose sue. Muto lo liquidò in pochi secondi. “Dieci minuti e sono li”. Alla Dda che lo definì “pluripregiudicato” Todaro oppone una fedina penale pulita. «L’incontro con Muto? Lo conosco da anni e dovevo chiedergli informazioni su un architetto che mi aveva proposto un lavoro». Tutto chiarito. Rossella Canadè, la Gazzetta di Mantova