La società maggiore è una delle componenti in cui è suddivisa una locale, cioè un gruppo ‘ndranghetista, a sua volta è divisa per «doti». Il boss Ferrentino «ha una dote superiore alla Santa. Non poteva riferirmi di doti superiori alla sua perché non le conosceva neppure lui», spiega Dimasi. Che precisa di non essere stato affiliato a tutti gli effetti perché «avevo uno zio ex carabiniere». L’importanza criminale di Ferrentino era evidenziata anche dalla sua «dote». Il boss mise gli occhi su Voghera quando conobbe Dimasi, che già faceva l’imprenditore. La cosca in Oltrepò cercò quindi di farsi strada nell’edilizia. E secondo il pentito, in questo ambito non mancarono le estorsioni. È quanto accaduto a R.M., candidato consigliere comunale a Voghera: «Mi disse che il suo titolare doveva ristrutturare casa e mi chiese se potevo fargli un preventivo», racconta Dimasi. In cambio, «mi chiese ‘se ti cresce un 100 euro mi fai un pensiero?’ Perché in quel periodo le condizioni economiche di R.M. non erano floride».

L’affare sembrò andare in porto, ma il titolare procrastinava il versamento del denaro, per mesi, finché il boss Ferrentino si stancò: «Io non mi faccio prendere in giro da nessuno, è diventata una cosa personale ora». R.M., in quanto «garante» fu «minacciato e costretto a consegnare a Marco Ferrentino l’ultimo piano di uno stabile». R.M. «temeva chiaramente per la propria incolumità e quella dei suoi familiari». Ma gli affari in Oltrepò non si limitavano al mattone. Fu proprio un impresario edile a presentare a Dimasi e Ferrentino l’imprenditore Fabio Aschei. Una conoscenza che permise agli affiliati di buttarsi in un altro business, quello del riso: nelle carte è presente una scrittura privata tra Dimasi e Fabio Aschei, imprenditore di una fallita ditta di riso, con la quale si sanciva la collaborazione per un progetto agroalimentare per il recupero della società, interessante per una tecnologia di «arricchimento del riso». Un progetto il cui 33% degli utili era destinato a Dimasi.

Divennero soci con la United seed’s keeper, che aveva lo scopo di recuperare la vecchia azienda di Aschei, spiega Dimasi, che precisa: «Aschei conosceva politici e industriali». La United seed’s keeper «non aveva uffici, l’ufficio l’aveva Fabio Aschei a casa sua. Successivamente la sede fu spostata a Roma e fu aumentato il capitale con linee di credito di un politico di Voghera, Diego Di Pierro, candidato come sindaco per il Partito Liberale. In pratica era entrato in affari con noi». Sentito al riguardo, Di Pierro, estraneo alla vicenda giudiziaria, ha smentito Dimasi: «Sono completamente estraneo, non ho partecipato all’aumento di capitale di questa ditta. Ho conosciuto Aschei in campagna elettorale, si è presentato come simpatizzante del partito», ha sottolineato. Secondo gli inquirenti, la cosca si serviva dell’azienda come copertura per favorire un altro business: il traffico di droga. Nicoletta Pisanu, Il Giorno