Emilia, La cosca mediatica della Pianura Padana

L’obiettivo è condizionare l’opinione pubblica del Nord Italia. Diversi personaggi vicini alla ‘Ndrangheta sono sempre più interessati a tv e giornali. Negli ultimi anni, nella Pianura Padana, ci sono stati casi di trasmissioni pilotate di tv locali, interviste ai giornali su commissione, comunicati e conferenze stampa: armi che oggi spesso sono ritenute più persuasive di proiettili e anche di minacce.
Questa strategia, in certi casi, è stata appoggiata da insospettabili giornalisti e anche da alcuni poliziotti: uomini in divisa che poi sono stati arrestati dai loro colleghi. «Tendevano a controllare l’informazione, è una nuova strategia mafiosa al Nord», afferma il già Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti, autore della prefazione del libro che ho scritto.
“Guardare la mafia negli occhi” è un testo frutto di otto anni di approfondimenti, realizzati in prima persona. Nel 2009, durante il liceo, iniziò l’avventura che mi ha portato – insieme all’associazione studentesca “Cortocircuito” che coordino – a far emergere fatti e vicende che in tanti preferivano tenere nascosti.
Quando iniziai non mi sarei mai aspettato di vedere una video-inchiesta, realizzata da studente, proiettata in tribunale da parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna; anche altri approfondimenti sono stati utilizzati dalla magistratura.
Nel luglio 2012 su un quotidiano nazionale venne pubblicata una lunga lettera firmata da Gianluigi Sarcone, attualmente imputato nel maxi-processo “Aemilia”, il più grande processo di mafia del Nord Italia. La sua fedina penale aveva già alcuni precedenti non di mafia: tentato omicidio, detenzione illegale di armi e munizioni, ricettazione. Nonostante queste condanne definitive, nelle sue apparizioni mediatiche non sono stati citati i suoi precedenti penali,
Eppure Gianluigi Sarcone non appartiene a una famiglia qualsiasi: suo fratello è stato condannato in via definitiva per associazione mafiosa e attualmente è accusato dalla magistratura di essere uno dei massimi capi della ‘ndrangheta nella Pianura Padana.
«Siamo dei giovani imprenditori edili», così Sarcone si presentava sui giornali. Inoltre assicurava che in Emilia «mafia non ce n’è». Poi attaccava frontalmente i convegni sulle mafie, che anche io organizzavo insieme ai miei amici. L’aveva fatto, alcuni anni prima, anche un imprenditore emiliano: scrisse su un giornale locale che parlando di mafia danneggiavamo l’economia della Pianura Padana.
Un altro caso: l’imprenditore Michele Bolognino, con quasi vent’anni di detenzione alle spalle, nell’aprile 2013 tenne una conferenza stampa a Padova. L’articolo di giornale veneto non parlava della sua condanna passata in giudicato per associazione mafiosa e delle sue sei condanne definitive per ricettazione. Così l’imprenditore si poteva presentare all’opinione pubblica del Veneto come un onesto uomo d’affari.
Convocare i giornalisti, per parlare a un tavolo con i microfoni accesi, non è più un’esclusiva di politici, calciatori e vip: pure i mafiosi scalpitano per avere il proprio spazio mediatico.
Anche i vecchi esponenti della ’Ndrangheta si stanno adeguando al nuovo modello che impone una ricerca spasmodica del consenso mediatico. Ne è un esempio il boss Francesco Grande Aracri del comune emiliano di Brescello: ha chiesto più volte a giornalisti della Rai e di Mediaset di organizzare una conferenza stampa. Voleva parlare, per esporre le proprie ragioni. Grande Aracri, dopo avere subito il sequestro di beni per un valore di tre milioni di euro, rilasciò già un’intervista a una tv nazionale. Un’apparizione mediatica per presentarsi come un onesto lavoratore.
A proposito di Brescello: nelle scorse settimane è stata emessa la sentenza definitiva sullo scioglimento per mafia di quel consiglio comunale. Nelle motivazioni della sentenza del Consiglio di Stato, i giudici danno grande rilievo alla nostra video-inchiesta. L’inchiesta è citata persino nel primo punto della sentenza, infatti è da quel video caricato su YouTube che sono partite le indagini dei carabinieri.
Nella sentenza viene approfondito un episodio particolarmente inquietante: alcuni giorni dopo che pubblicammo la nostra video-inchiesta online, nel settembre 2014, a Brescello ci fu una manifestazione in piazza per contestare quel video che faceva luce sul radicamento della ‘Ndrangheta nel comune. Alla manifestazione in piazza – durante la quale mi furono rivolti insulti – erano presenti almeno cinquanta persone vicine al clan mafioso nonché imprenditori colpiti da interdittive antimafia e familiari del boss Francesco Grande Aracri. È scritto nella sentenza definitiva.
Nel libro-inchiesta emergono altri casi concreti connessi alla comunicazione: storie di ragazzi, miei coetanei del Nord Italia, che su Facebook si comportano da piccoli boss. Alcuni di loro sono figli o nipoti di persone legate alla ‘Ndrangheta. Si fotografano con mucchi di banconote, armi e auto bruciate. Immagini impressionanti che vengono pubblicate senza alcun timore sui social network.
Gli uomini vicini alla ‘Ndrangheta nella Pianura Padana lanciano messaggi chiari e si mostrano in piazza, sui media tradizionali e su Facebook. Elia Minari, dal Blog Mafie di Attilio Bolzoni, Repubblica.it