Mafia dal passato, il killer si pente: “Uccisi io l’ambulante” a Moncalieri (To)

Avevano visto giusto gli investigatori di allora, collocando l’omicidio di Agatino Razzano, ambulante di biancheria intima, nella guerra tra gruppi della mafia catanese, radicata a Milano e a Torino. Ma non ne avevano compreso il movente, rinchiuso in quello scrigno di omertà che da sempre cela gli affari criminali, feroci e impenetrabili.

Dopo oltre venticinque anni c’è una svolta. Razzano, ucciso tra le bancarelle del mercato di Moncalieri, in via Palli angolo via Sestriere al confine con Mirafiori, alle 9,30 dell’8 giugno 1992, anni addietro, avrebbe rubato al clan 150 milioni di lire. Soldi che gli affiliati dell’area torinese avevano raccolto per il mantenimento in carcere di Salvatore Farre Figueras, detenuto in quegli anni per l’omicidio di due carabinieri: Tonino Gubbioni e Giuseppe Terminiello, uccisi in un agguato a Moncalieri il 2 maggio 1979.

L’ambulante faceva parte del clan dei Cursoti Catanesi, egemoni a Torino fino ai primi Anni 90, soppiantati poi dalla ‘ndrangheta e dai processi. La Dda e i carabinieri hanno individuato il mandante e l’esecutore materiale di quel delitto. È stato il killer a svelare i segreti del delitto, in preda forse ai rimorsi. Roberto Cannavò, difeso dall’avvocato Eliana Zecca del foro di Milano, nel 2014 si è pentitoha spedito una lettera ai magistrati torinesi confessando di fatto le sue responsabilità. Con un dettaglio: il giorno prima dell’omicidio alcuni rappresentanti del gruppo di ‘ndrangheta legato ai Belfiore furono avvertiti di non farsi vedere da quelle parti. Un regalo tra gruppi mafiosi che si spartivano la città.

Il pm Livia Locci con l’aiuto dei carabinieri della sezione omicidi del comando provinciale, ha ricostruito la verità. Il killer arrivò da Catania, uccise Razzano e tornò in Sicilia tre giorni dopo il delitto con la pistola ancora in tasca. Non prima di aver comunicato al mandante di aver portato a termine la sua missione. E il mandante scovato dopo anni di indagini naufragate nel nulla è Santo Mazzei, superboss di Catania. Un nome di spicco della criminalità organizzata: capo dei «cursoti», è in carcere da 25 anni in regime di 41 bis. Al tempo del regno di Riina, fu l’unico dei catanesi, insieme a Santapaola, ad essere considerato degno di affiliazione a Cosa Nostra palermitana dal capo dei Corleonesi.

Razzano, pluripregiudicato, fu ammazzato davanti a centinaia di persone. Il killer lo raggiunse mentre chiudeva il portellone del suo furgone. Gli sparò un colpo alla nuca. La figlia della vittima inseguì l’assassino tra la gente, urlando. Ma lui riuscì a scappare a bordo di una Lancia Thema targata Roma. Tutto per colpa di quei soldi. «Li ho dati a Roberto Miano» disse Razzano ai sodali. Ma Miano si era pentito. E non avrebbe potuto smentire. Perché era considerato un infame. Da qui i sospetti sulla vittima che pagò anche per i suoi legami familiari con i Orofino alleati al clan Cappelo e ai «cursoti» milanesi, nella guerra scatenata su tutto il territorio nazionale contro il gruppo di Nitto Santapaola.

Ieri all’udienza preliminare Mazzei, 70 anni, difeso dall’avvocato Salvatore Lo Greco, ha inviato una lettera nella quale riconosce in parte gli addebiti. Entrambi gli imputati hanno scelto il rito abbreviato. Giuseppe Ligato, La Stampa