Asti, provincia di Vibo Valentia. Qui la ‘ndrangheta la fa da padrone

«Tu non sai chi siamo noi… Chiedi a Costiglione chi comanda ad Alba, ad Alessandria, a Costigliole e in questi paesi qua!». È tutta in questa frase, gridata da Salvatore Stambè a un imprenditore che stava taglieggiando, la verità sull’infiltrazione della ‘ndrangheta nell’Astigiano. Ciò che Stambè vuole far capire alla recalcitrante vittima è quanto i pm della Dda di Torino Paolo Cappelli e Stefano Castellani scriveranno nell’ordinanza che il 3 maggio 2018 ha portato in carcere 26 presunti ‘ndranghetisti: «Tutti coloro i quali si trovano a svolgere attività remunerative in questi luoghi, sono costretti a versare una parte dei ricavi agli affiliati della cosca».

Nelle carte gli investigatori descrivono senza mezzi termini come Asti, Alba e tutti i paesi del comprensorio, siano a tutti gli effetti da anni una colonia delle famiglie di Vibo Valentia e Lamezia Terme. Pagine che sembrano il copione di un B-movie anni ‘70, nel quale un paese tranquillo è sconvolto dalla calata dei “cattivi” che spadroneggiano fino a quando non interviene il giustiziere di turno. Solo che qui il giustiziere non è mai intervenuto. Sono arrivati invece i carabinieri del Nucleo investigativo che hanno arrestato i 26 picciotti e indagato altre 48 persone.

Le accuse vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso, al traffico di stupefacenti e di armi, all’estorsione, ai reati contro il patrimonio, fino al tentato omicidio. Per gli inquirenti la cosca aveva anche messo le mani sulle quattro società calcistiche di Asti. Tra queste, l’Asti Calcio, società che gioca in Eccellenza, a lungo presieduta dall’ex assessore al Bilancio dello stesso comune, Pierpaolo Gherlone (Forza Italia), colui che apre la porta al clan. «Quest’anno l’abbiamo declassata, non è più in Serie D, siamo in Eccellenza, perché costava troppo, finché non ci organizziamo…», spiega uno degli arrestati, dimostrando di essere in grado di piegare ai propri scopi anche i risultati del campionato di calcio.

E perché i mafiosi mirano alla squadra di calcio? Perché così potevano mettere le mani sulla gestione dello stadio comunale: «Condizionano l’affidamento degli impianti sportivi per esercitare un pieno controllo su un aspetto della vita sociale del territorio in vista di possibili ritorni economici, sia del possibile consenso nei confronti della comunità locale». E perché in questo modo avevano un luogo sicuro dove riunirsi, nonché un datore di lavoro “pulito” che potesse assumere il boss soggetto alla sorveglianza speciale.  E se gli ultras manifestavano contro i risultati disastrosi della squadra? Nessun problema, bastava una telefonata al capo della curva per spiegare che era meglio «non fare tutto il casino», altrimenti “loro” si sarebbero offesi, con tutte le conseguenze del caso.

Ma i picciotti si occupavano anche di cose molto meno “nobili” dal punto di vista criminale, come rubare in piena notte da una casa in costruzione sei termosifoni e un quadro elettrico («non sai quanto ti costano»), una tv Samsung 32 pollici, un’idropulitrice, una chiave inglese…

L’indagine è iniziata nel 2015 e ha consentito agli inquirenti di seguire la genesi della Locale, da quando il boss Rocco Zangrà – il “Capo società”, cioè il reggente di tutto il Basso Piemonte – chiede il permesso al “Capo Crimine” (cioè al capo di tutta la ‘Ndrangheta del pianeta) Domenico Oppedisano, di poter dar vita a un nucleo autonomo tra Asti e Alessandria, naturalmente collegato «a quelli di giù».

Ottenuto l’ok dalla Calabria («è giusto fare una nuova Locale perché i ragazzi si devono fare ogni volta 100 km per parlare (con i boss, ndr) coi pericoli e le spese per le benzine…», decreta Oppedisano), Zangrà si mette al lavoro. Così nel 2015, 13 “ragazzi” vengono distaccati dalle loro locali e messi agli ordini dei fratelli Stambé. Oltre a questi, vi confluiscono gli uomini della famiglia Emma (appositamente inviati nell’Astigiano dai Gioffrè di Seminara Calabra) e i Catarisano.

Nata la Locale, i “ragazzi” iniziano le “attività”, non senza però scontri, invidie e ripicche reciproche. Ciò che emerge dalle carte è una via di mezzo tra una tragedia shakesperiana e Dinasty”, con fratelli che tradiscono fratelli, boss caduti in disgrazia che tramano contro «quelli comandati da giù», riti d’affiliazione (con tanto di santini bruciati, giuramenti in dialetto e patti di sangue), mogli che spronano mariti a darsi da fare perché c’è il mutuo da pagare.

Per gli inquirenti, comunque, una cosa è inequivocabile: tutti gli abitanti della zona sapevano chi fossero i calabresi, cosa facessero e ne riconoscevano l’autoritàImprenditori e singoli cittadini si rivolgevano a loro per riscuotere crediti, chiedere dilazioni per i propri debiti, aumentare il giro d’affari delle loro aziende, azzoppare i concorrenti, chiedere giustizia se si trovavano la casa svaligiata o protezione dalle richieste estorsive di altri gruppi. Tutte richieste che il clan esaudiva con paternalistica attenzione, in cambio di un compenso, naturalmente.

È in questo modo che in meno di tre anni «la Locale di Asti si è imposta ed è stata percepita dalla generalità delle persone della zona come una struttura in grado di sostituirsi allo Stato, creando una struttura parallela e antitetica all’autorità costituita», scrivono i giudici. Esercitava la giustizia, il credito e amministrava la sicurezza. Un vero e proprio stato nello stato che poggiava su due pilastri: connivenza e paura.

A suffragare questa tesi, un semplice dato numerico: nonostante siano stati decine, forse centinaia, gli imprenditori, i commercianti e i cittadini costretti a pagare il pizzo per la protezione o l’obolo «per gli amici in carcere», solo in tre hanno denunciato i fatti alle autorità. E di questi, due solo dopo aver tentato di “accordarsi” con gli ‘ndranghetisti in ogni modo possibile.

Altrettanto sicuro, per i magistrati, è che senza l’appoggio della popolazione, la cosca non avrebbe prosperato.Accanto alle decine di cittadini vittime loro malgrado, ve ne sono altri che entrano volontariamente in affari col clan. È infatti un imprenditore del cemento interessato ad allargare il suo giro d’affari che chiede a Zangrà di mettere fuori uso la betoniera di un rivale (200 euro il costo del “lavoro”) e di far utilizzare il suo prodotto in tutti i cantieri controllati dal boss.

Due imprenditori agricoli, invece, chiedono ai calabresi la “grazia” di mettere dello zucchero e dell’acido muriatico nel serbatoio delle ruspe di un concorrente, così da procurargli un danno da almeno 200 mila euro. Un altro commissiona l’incendio doloso del capannone del vicino, un lavoretto pagato 500 euro. Per non dire della proprietaria della Conad di Asti che deve licenziare il suo macellaio, ma non vuole conseguenze legali. Così si rivolge a un uomo degli Stambé, al quale basta una telefonata per “convincere” il lavoratore a dare le dimissioni. Ma, siccome il mafioso è uomo di buon cuore, accetta di far risultare che sia stata la proprietaria del Conad a licenziare il macellaio, così che questi possa ottenere il sussidio di disoccupazione. Un gesto per il quale il macellaio ringrazia calorosamente. In cambio la cosca ottiene che il posto di lavoro rimasto libero vada a un loro affiliato.

Decine di storie che finiscono sempre nello stesso modo, con il clan che prima si pone come solutore di problemi, poi pretende di entrare in società con l’imprenditore, infine lo estromette dell’azienda. Non solo: anche quelli che assoldano la ‘ndrina per i loro progetti criminali, finiscono immancabilmente nella lista di quanti pagano la protezione mensile.

E anche tra “colleghi” le cose sono rischiose. Lo dimostra il pizzo imposto al becchino dei cimiteri di Costiglione D’Asti e Castagnole Lenze. Costui ha appena vinto l’appalto per le tumulazioni nei paesi controllati dalla Locale e quindi «deve pagare, come tutti». Tuttavia, la situazione è delicata, perché quell’appalto l’uomo l’aveva vinto grazie all’intervento di un’altra cosca. Inoltre, la mamma dell’interessato era tenuta in considerazione, perché aveva nascosto un latitante. Quindi che fare? Alla fine, con l’accordo di tutti, si decide che il necroforo dovrà versare solo 3 mila euro di acconto, al posto dei “normali” 7.500 e poi 1.000 ogni mese.

Grazie alle indagini della Dda, gli Stambé, gli Emma e i Catarisano sono stati neutralizzati. Tuttavia se non cambierà l’atteggiamento della società civile di Asti – ma lo stesso vale per Como, Varese, Finale Ligure (dove gli arrestati smerciavano chili di cocaina, scambiandola spesso con armi) – si tratterà solo di un palliativo. La ‘ndrangheta è forte, violenta e spaventosa, ma solo se gode dell’appoggio della cittadinanza, se viene percepita come sostituto dello Stato, che diventa anche invincibile. Andrea Sparacciari, Business Insider