Milano, la mappa dei beni confiscati ai clan: «Restituiti uffici, box e ville di lusso»

È una mappa piena di puntini rossi. Case, garage, uffici frutto degli investimenti degli uomini delle cosche al Nord. Una fotografia che rende più di ogni altro parametro l’idea di quanto le mafie in mezzo secolo si siano prese pezzi di territorio e abbiano conquistato posizioni di potere replicando, esattamente come al Sud, schemi, meccanismi, alleanze. Sono luoghi che testimoniano come ‘ndrangheta e Cosa nostra abbiano penetrato un’economia (e una politica) lombarda che mentre si riempiva la bocca parlando di «anticorpi», spalancava le braccia ai boss e ai loro soldi. Perché non fu invasione né contagio, ma le mafie in questi territori sono arrivate e cresciute facendo leva sulla logica del reciproco interesse. Da un lato portando capitali e dall’altro garantendo quei «servizi» (recupero e accesso al credito, ma anche protezione e rapida risoluzione delle controversie) che lo Stato non è riuscito ad onorare. Lasciando che il peggio del Sud (mafia) e il peggio del Nord (evasione fiscale e delle norme sul lavoro, ma anche inquinamento ambientale) si incontrassero, fino a stringersi in un abbraccio criminale.

Eccola qui la spiegazione che va oltre la scolastica aritmetica dei numeri che ancora una volta certificano come Milano e la Lombardia rappresentino per le mafie una sorta di infinita miniera d’oro. In Lombardia sono 1.078 i beni confiscati alle mafie e già riutilizzati a partire dal 1993. Solo lo scorso anno sono state 225 le assegnazioni gestite dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità, diretta dal prefetto Mario Sodano. A Milano e provincia sono 628 gli immobili già riutilizzati, 99 quelli affidati nel 2017. Il bilancio è stato tracciato ieri durante la prima conferenza dei servizi dell’Agenzia dei beni confiscati in Prefettura. L’obiettivo? Presentare un blocco di 97 immobili (case, uffici e box) pronti per essere assegnati. Un affare da oltre 13 milioni di euro di valore teorico, che vede solo a Milano città 22 beni per quasi 6 milioni. Ci sono le case e i depositi confiscati a Costantino Mangeruca e alla sua famiglia a Cornaredo nel 2009. Padrino, ora deceduto, originario di Africo in provincia di Reggio Calabria, Mangeruca era organico al «locale» di Cirò Marina nel Crotonese, e quindi uomo della cosca Farao-Marincola. Ma ci sono anche i beni dei Valle (usurai e re delle slot) di Cisliano e Vigevano, arresati e condannati nell’inchiesta Infinito del 2010. A questi vanno aggiunti poi gli immobili tolti a grandi evasori fiscali e trafficanti di droga.

«Quasi per tutti questi 97 beni Comuni o istituzioni, come l’Arma dei carabinieri, hanno manifestato interesse», ha spiegato il direttore Sodano. Ora a questa disponibilità a farsene carico dovranno seguire progetti concreti che saranno valutati dal consiglio direttivo dell’Agenzia. Tra gli enti che hanno manifestato interesse anche il Comune di Milano: «I beni confiscati sono una risorsa soprattutto per quello che rappresentano: una vittoria della legalità sulla corruzione e i soprusi della criminalità — ha spiegato l’assessore al Welfare Pierfrancesco Majorino — . Ci teniamo, però, che non siano solo un simbolo, ma presidi concreti a disposizione delle associazioni e del Terzo settore che restituiscono loro una nuova vita. Grazie a questa opportunità supereremo quota 200 beni gestiti dal Comune in città». Nel mirino dell’amministrazione Sala gli immobili di via Mosso (una casa, due negozio e 5 magazzini), e nella zona di corso Lodi e Porta Romana. Diversi i progetti previsti: centri civici culturali, case rifugio contro la violenza sulle donne e social market per spese a basso costo.

Nella seconda fase toccherà ad altri mille beni per i quali sono ancora in corso le procedure di assegnazione. Come ha spiegato il giudice Fabio Roia, presidente della Sezione autonoma misure di prevenzione del Tribunale, i tempi di sequestro e confisca dei beni si sono notevolmente accorciati. Si va dai 3 anni in caso di ricorso nei tre gradi di giudizio ad una media di un anno e mezzo: «In alcuni casi, come per gli immobili di pregio, serve una certa “fantasia” nella progettualità del riutilizzo per fini sociali», ha spiegato il magistrato. A Milano, secondo l’ultimo bilancio del 26 maggio, sono stati adottati 486 provvedimenti di confisca. Per il capo della Direzione distrettuale antimafia Alessandra Dolci il lavoro fatto fino qui «lascia soddisfatti, anche se sempre migliorabile». L’obiettivo però è anche vigilare sui progetti che saranno realizzati, come ha spiegato il prefetto Luciana Lamorgese: «Dobbiamo evitare che tornino nelle mani dei clan e che siano una risorsa per i cittadini. La mafia al Nord? Ha mutato pelle. Oggi c’è la seconda generazione, sono persone che hanno studiato, sono laureate e sono entrate nell’economia legale in maniera sotterranea».di Cesare Giuzzi, corriere.it