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	<title>Associazione Saveria Antiochia OMICRON</title>
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	<description>Osservatorio milanese sulla criminalità organizzata al Nord</description>
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		<title>Domiciliari al militare di Monza che fornì informazioni riservate</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 12:16:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna Stampa Mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; accusato, grazie al fatto di essere un carabiniere, di aver rivelato informazioni riservate carpite dalla banda dati del ministero dell&#8217;Interno per agevolare le truffe compiute da un suo «compare», Orlando Purita, presunto mediatore della &#8216;ndrangheta di Biassono, ai danni di alcuni imprenditori. Ora Salvatore Russo, il brigadiere dei carabinieri in servizio al Nucleo Operativo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; accusato, grazie al fatto di essere un carabiniere, di aver rivelato informazioni riservate carpite dalla banda dati del ministero dell&#8217;Interno per agevolare le truffe compiute da un suo «compare», Orlando Purita, presunto mediatore della &#8216;ndrangheta di Biassono, ai danni di alcuni imprenditori.</p>
<p>Ora Salvatore Russo, il brigadiere dei carabinieri in servizio al Nucleo Operativo Radiomobile della Compagnia di Monza, e residente a Lissone, in carcere da due mesi e mezzo, ha ottenuto gli arresti domiciliari. Era stato arrestato l&#8217;1 marzo scorso per corruzione, rivelazione di notizie riservate e falso in un&#8217;inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano.</p>
<p>Era stato lo stesso carabiniere, lo scorso 14 marzo, a confessare davanti al pubblico ministero milanese Giuseppe D&#8217;Amico, di aver preso soldi dal Purita in cambio di informazioni perchè era in difficoltà economiche. Contesto la cifrà, a suo dire inferiore a 15mila euro e aggiunse di non essere a conoscenza che Purita avesse a che fare con la &#8216;ndrangheta.</p>
<p>Purita, tra l&#8217;altro, per rendere ancora più efficace il suo ruolo di taglieggiatore, non esitava a spacciarsi per un ufficiale della Finanza e, almeno in un&#8217;occasione, sarebbe stato spalleggiato dallo stesso Russo durante un incontro con un imprenditore in un centro commerciale di Vimercate.<strong><a href="http://www.ilcittadinomb.it/stories/Monza/288040_domiciliari_al_carabiniere_di_monza_che_forn_informazioni_riservate/" target="_blank"> Il Cittadino di Monza e Brianza</a></strong></p>
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		<title>&#8216;Ndrangheta in Lombardia, I killer uccidono il fratello di un pentito. I giudici avevano ritenuto superflue le sue parole</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 11:19:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna Stampa Mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[Domenico Nista, detto tyson, inizia a collaborare nel 2007. Va in aula nel 2010. Qui fa nomi di boss della 'ndrangheta lombarda. La corte però ritiene inutili le sue dichiarazioni perché troppo datate. Due giorni fa l'omicidio di Giuseppe Nista. Ma in quei verbali, fitti di nomi di malavita, forse c'è il movente dell'omicidio

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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Franco lo zoppo</em>, <em>Peppe di Cittanova</em>, <em>Maurizio detto Maurino</em>,<em> il Macellaio</em> e <em>Mannaia Dio</em>. Alias di malavita. Pseudonimi da verbali di polizia. Nomignoli da strada. Che puzzano di cordite e cocaina. Gente abituata a sfrecciare a bordo di grossi scooter. Con i sedili armati di 357 magnum. Gente che spara e gambizza. Minaccia ed estorce. Picchia e recupera il denaro della roba. Ombre che girano “accavallate” (armate,ndr) da quando si alzano a quando vanno a letto. Balordi di periferia zeppi di denaro racimolato a suon di buste di droga, trafficate all’ingrosso e spacciate per quartiere. Soldati di un esercito che tra i palazzoni dormitorio di Milano controllano e comandano. In nome e per conto dei boss. Calabresi. Senza dubbio. Tradotto: ‘ndrangheta. Ma non quella che punta al business pulito o ai rapporti con la politica lombarda. Non quella che sorseggia calici di champagne. L’altra: quella che corre lungo i perimetri urbani carburando con pippotti e bicchierate di Vat 69.</p>
<p>Il risultato, però, non cambia. E anzi è ancora peggio. Perché tocca la vita quotidiana dei cittadini assediati da chi va per bar e spara. Picchia in mezzo alla strada. Magari davanti a donne e bambini. Senza scrupoli. Come cani rabbiosi. Non ieri, ma oggi. Perché le grandi indagini della procura di Milano, gli arresti numerosi e le cupole (vere o presunte) hanno offuscato l’allarme sociale della mafia: il controllo del territorio. E così oggi, <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/10/sparatoria-milano-muore-pregiudicato-vicino-alla-criminalita-calabrese/225342/">a due giorni dai tre colpi di 7 e 65 che hanno ferito e poi ucciso <strong>Giuseppe Nista</strong>, 44 anni,</a> balordo come sopra, la partita di quartiere giocata da boss e gregari ritorna su come un rigurgito. Perché Beppe Nista era un tipo da armi e cocaina. Pregiudicato e socio di uno sfasciacarrozze a Segrate. Qui, poche centinaia di metri dopo, in via dei Mille a Vimodrone, i killer lo hanno seguito e freddato.</p>
<p>Quarantotto ore dopo i carabinieri di Monza vagliano piste e spulciano verbali. Hanno un’idea? Più di una. Diverse. Forse Giuseppe Nista ha “scopato nel letto sbagliato”. Un’eventualità. Sulla quale pesa la modalità dell’omicidio. Mafiosa senza dubbio. E allora forse quel letto era di qualcuno di rispetto. O magari, e l’ipotesi viene ritenuta credibile, tutto sta nelle parole del fratello di Giuseppe. Lui come il Peppe di Cittanova o il macellaio legato ai boss di Rosarno, ha un soprannome: lo hanno sempre chiamato <em>tyson</em> per via dei modi spicci e del grilletto facile. In carcere ci finisce nel 2005. Sedici anni e pena blindata. Nel 2007, però, Tyson classe ’70, inizia a parlare con i magistrati della procura di Milano. Riempie verbali, almeno quattro, e soprattutto fa nomi. Decine di nomi. Un lungo elenco dal quale spuntano protagonisti e comparse di un brutto romanzo criminale. Ma c’è di più: nel 2010 Nista arriva in aula come testimone. A Monza dove si sta celebrando il processo contro la ‘ndrangheta accusata di essersi infiltrata negli appalti Tav. Alla sbarra ci sono personaggi di peso: la famiglia <strong>Paparo</strong>, legata alle cosche di Isola Capo Rizzuto, gente dal nome nobile come <strong>Arena e Nicoscia</strong>. <em>Tyson</em> parla e accusa: tira in ballo i boss, colloca azioni, le descrive, entra nei particolari. Cita la cosca di Pioltello costituita da <strong>Cosimo Maiolo e Alessandro Manno</strong>. Gente di Caulonia che tira avanti con droga, pizzo e violenza. Poi Nista sposta il tiro e racconta degli affari di <strong>Pio Candeloro</strong>, padrino in stile Soprano, oggi in attesa di giudizio nel processo Infinito.</p>
<p>Una sola audizione per dire molto, forse troppo. Quindi la beffa: niente programma di protezione. Ufficialmente <strong>Domenico Nista</strong> non sarà mai un collaboratore di giustizia. Solo otterrà, nel carcere di Torino, un regime speciale. I magistrati e i giudici, che nel processo ai Paparo, annulleranno l’accusa per 416 bis (mantenendo alcuni reati fine), ritengono provate le sue dichiarazioni ma non utili al processo, perché vanno troppo indietro nel tempo. Due anni dopo i killer gli uccidono il fratello.</p>
<p>Eppure è proprio da quei verbali, comunque allegati agli atti del processo e dunque acquisibili dagli imputati, che emerge un mondo di malavita del quale faceva parte il defunto Giuseppe Nista. “Mio fratello – dice Nista – in più occasioni mi mostrò diversi tipi di armi quali pistole, fucili a pompa e mitra, mi raccontò anche di avere la disponibilità di 50 chili di esplosivo al plastico (…). Non so dove occultasse le armi. E’ appassionato e va a sparare alla cava di San Maurizio al Lambro”.</p>
<p>Domenico Nista inizia a collaborare il 22 novembre 2007. Tyson si trova al sesto piano della procura di Milano. Racconta di una famiglia, il cui nome è noto tra le strade di Cologno Monzese e che nel 1999 fu coinvolta in un traffico di armi poi rivendute alla camorra. Parla di A.G. “Quando era ragazzino frequentava il bowling di Pessano con Bornago. Io lo vedevo prendere i soldi dai ragazzini, a cui portava via anche i ciclomotori, in sostanza faceva piccole estorsioni e chiedeva il “pizzo” nei locali”. A comandare, però, è il fratello V.G. “Mi disse che lui e i suoi erano affiliati alla ‘ndrangheta, mi raccontò che aveva “la terza”, cioè che aveva la possibilità di battezzare nuovi adepti e creare un’altra famiglia. Se ho inteso bene, il grado della “terza” dovrebbe corrispondere a quello di “sgarrista”.</p>
<p>Nista Tyson racconta che quelli hanno tentato di farlo fuori e che lui voleva vendicarsi. Ma poi, nel 2002, alla gelateria Visconti sempre a Cologno c’è un incontro con gli uomini dei Nicoscia. C’è da parlare di droga e di traffico. “Mi dissero che avremmo dovuto lavorare tutti insieme, sia per la droga, sia per le estorsioni ed aggiunse che già sulle estorsioni stavano lavorando loro. In sostanza, mi chiesero di lavorare con loro perché mi sapevano “uomo d’azione””. Non solo: Domenico Nista all’epoca tratta chili di droga. E per qualche tempo concilia affari e sentimenti. La sua donna, madre di sua figlia, “aveva il compito (…) di tenere la contabilità dei miei traffici, aveva un libricino in cui segnava tutte le entrate e le uscite sulla base delle mie indicazioni”.</p>
<p>Insomma, Mimmo Tyson Nista non è un boss ma nemmeno un “pisciaturi” qualunque. E’ uno che i piedi in testa mai. E sei i suoi quarti di nobiltà mafiosa se li è guadagnati tra i palazzoni di Milano, alcuni nomi che contano li conosce. Come <strong>Cosimo Maiolo</strong>: “Un personaggio di spessore”. E giù particolari: “Nelle baracche nella campagna di Seggiano di Pioltello c’erano degli incontri di “calabresi pesanti”. Ho partecipato anch’io in qualche occasione a queste riunioni, si faceva da mangiare e si parlava di traffici illeciti”. Da Caulonia a Rosarno, Tyson mette in agenda anche il nome di <strong>Pino Ferraro</strong> detto <em>u Massune</em> e del suo tirapiedi <strong>Giuseppe Celentano</strong> detto <em>Peppe u macellaio</em>. Nel carcere di Sollicciano, addirittura incrocia un tizio, soprannominato <em>Mescal</em>, che gli racconta di traffici di droga (cento chili arrivati a Ventimiglia) che coinvolgono uomini dei Ros.</p>
<p>E nonostante questo, le sue parole rimarranno per sempre lettera morta. Non serviranno ai giudici di Monza che le riterranno vere ma non utili. E nemmeno saranno utilizzate dalla procura di Milano che non avvierà indagini nemmeno su un’ipotesi di sequestro, così racconta Nista, ideato dal braccio lombardo dei Nicoscia ai danni della figlia di suo fratello. Oggi orfana di un padre ammazzato in un pezzo d’asfalto non distante dal cuore di una Milano che nel silenzio mediatico aggiorna a 18 gli omicidi di mafia negli ultimi cinque anni. La prima fu l’avvocato <strong>Maria Spinella </strong>(freddata da Luigi Cicalese, killer della ‘ndrangheta oggi pentito). L’ultimo Peppe Nista. In mezzo l’esecuzione di <strong>Carmelo Novella</strong> (2008) il capo delle cosche lombarde che voleva fare la secessione dalla Calabria e finì ucciso in un circolo di San Vittore Olona. E ancora: <strong>Giovanni Di Muro</strong> (2009), imprenditore vicino a Cosa nostra e spione per conto dei Servizi segreti. Poi <strong>Natalino Rappocciolo</strong> (2009) figlio d’arte e di mafia giustiziato a bordo strada, la sua auto bruciata, il corpo chiuso in un sacco con un testa di cane mozzata al fianco.  Il resto è cronaca di ieri e di oggi. Cronaca di mafia a Milano. L&#8217;articolo di Davide Milosa su <strong><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/12/ndrangehta-pente-giudici-parole-sono-superflue-killer-uccidono-fratello/227851/" target="_blank">ilfattoquotidiano.it</a></strong></p>
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		<title>Pentito a pm, la &#8220;ndrangheta tiene in mano il partito&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 09:09:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Il partito che odia i terroni ce l&#8217;abbiamo in mano&#8221;. E&#8217; la frase che, stando al racconto di un pentito di &#8216;ndrangheta, avrebbe pronunciato, circa 6 anni fa, un boss della mafia calabrese nel corso di un summit con i rappresentanti di altre &#8216;famiglie&#8217;. E l&#8221;anello di congiunzione&#8217; tra gli interessi delle cosche e persone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Il partito che odia i terroni ce l&#8217;abbiamo in mano&#8221;. E&#8217; la frase che, stando al racconto di un pentito di &#8216;ndrangheta, avrebbe pronunciato, circa 6 anni fa, un boss della mafia calabrese nel corso di un summit con i rappresentanti di altre &#8216;famiglie&#8217;. E l&#8221;anello di congiunzione&#8217; tra gli interessi delle cosche e persone vicine al Carroccio, sempre stando alla versione del collaboratore di giustizia, sarebbe stato l&#8217;uomo d&#8217;affari genovese Romolo Girardelli, indagato per riciclaggio assieme, tra gli altri, all&#8217;ex tesoriere della Lega Francesco Belsito, nell&#8217;inchiesta della Dda di Reggio Calabria.</p>
<p>Lo scorso 27 aprile, il pentito Luigi Bonaventura -che e&#8217; stato reggente dell&#8217;omonima cosca del Crotonese e che collabora con la giustizia dal febbraio 2007 &#8211; si e&#8217; seduto davanti al pm reggino, Giuseppe Lombardo, sentito come persona informata sui<br />
fatti.</p>
<p>La Dda calabrese, infatti, nell&#8217;ambito delle indagini sui fondi del Carroccio che interessano anche le Procure di Milano e Napoli, sta approfondendo il &#8216;filone&#8217; di un presunto riciclaggio messo in piedi forse con la commistione di soldi sporchi della<br />
&#8216;ndrangheta e di denaro proveniente dalle casse del Carroccio.</p>
<p>Bonaventura, 40 anni e che ha gia&#8217; collaborato in altre indagini con altre Procure, proprio alla luce di quanto affermato a verbale negli scorsi anni e nell&#8217;ultima audizione, ha fatto presente agli stessi inquirenti, attraverso l&#8217;avvocato Giulio Calabretta, &#8220;l&#8217;assenza di tutele&#8221;, cosa che aveva gia&#8217; &#8216;denunciato&#8217; anche in passato.</p>
<p>Malgrado, infatti, sia sotto protezione, come ha chiarito il suo legale, &#8220;non ha una scorta personale, se non quando si sposta per gli interrogatori, vive ancora in Calabria e i suoi familiari non sono per nulla protetti&#8221;. Tutto cio&#8217; &#8220;nonostante abbia raccontato molte cose sui De Stefano e sia scampato gia&#8217; a un attentato&#8221;.</p>
<p>Proprio la cosca dei De Stefano e&#8217; &#8216;centrale&#8217; infatti nell&#8217;inchiesta condotta dalla Dia di Reggio Calabria e lo stesso Belsito e&#8217; accusato di aver &#8216;ripulito&#8217; denaro con l&#8217;aggravante di aver favorito il clan, assieme a Romolo Girardelli, il procacciatore d&#8217;affari genovese che nelle intercettazioni viene definito &#8216;l&#8217;Ammiraglio&#8217;.</p>
<p>Nel 2006, ben 4 anni prima che Belsito arrivasse a gestire la tesoreria della Lega, in un pranzo a Crotone &#8211; stando al racconto di Bonaventura &#8211; a cui parteciparono rappresentanti delle cosche Nicoscia, Coco Trovato, Russelli, tutti clan della<br />
&#8216;corrente De Stefano&#8217;, il boss Pasquale Nicoscia, che poi si trasferira&#8217; a Milano, parlava di Girardelli chiamandolo &#8220;Romolino&#8221;. E in quell&#8217;occasione il boss avrebbe sostenuto che le cosche radicate al Nord &#8220;teneva in mano&#8221; la Lega, proprio attraverso &#8220;Romolino&#8221;, che veniva &#8216;gestito&#8217; dalla &#8216;ndrangheta.</p>
<p>E in altri summit, sempre stando alla versione di Bonaventura, si sarebbe parlato anche di operazioni di riciclaggio per &#8220;70 milioni di euro&#8221;. Bonaventura ha spiegato anche come la &#8216;ndrangheta e le cosche vicine ai De Stefano fossero riuscite a &#8216;sbarcare&#8217; a Genova: era successo quando lo zio del stesso pentito, Gianni Bonaventura, era stato mandato in soggiorno obbligato in Liguria. La&#8217;, sempre secondo le parole del collaboratore, il boss aveva conosciuto Girardelli.</p>
<p>Proprio l&#8221;Ammiraglio&#8217;, dunque, secondo Banaventura, sarebbe stato il &#8216;contatto&#8217; che la &#8216;ndrangheta avrebbe speso per &#8216;agganciare&#8217; persone vicine alla Lega, anche prima dell&#8221;avvento&#8217; di Belsito. Bonaventura ha spiegato agli inquirenti anche di essere andato a Reggio Calabria piu&#8217; volte con suo zio e con il presunto boss Tonino Vrenna e di aver parlato anche in quelle occasioni del ruolo di Girardelli.</p>
<p>L&#8217;avvocato Calabretta ha voluto chiarire che il collaboratore ha anche &#8220;riferito alla Procura di Reggio Calabria circostanze di cui aveva gia&#8217; paralato nei primi sei mesi della collaborazione e che aveva gia&#8217; approfondito con la Procura di Bologna&#8221;.</p>
<p>Bonaventura pero&#8217; &#8220;non puo&#8217; continuare ad approfondire dettagli e particolari se e&#8217; completamente abbandonato a se stesso. Non ha certezza alcuna &#8211; conclude il legale &#8211; su quale potrebbe essere il suo futuro, non ha tutele per i suo figli e per se&#8221;&#8216;. <strong><a href="http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=165067" target="_blank">Rainews24</a></strong></p>
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		<title>Cermenate, gemellaggio come simbolo antimafia</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 07:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un gemellaggio di Cermenate con il Comune di Petralia Soprana (Palermo). La proposta è uscita al convegno &#8220;Lavoro punto fermo&#8221;, sabato in municipio, durante la giornata di confronto e approfondimento sulle esperienze concrete di lotta alla criminalità organizzata. L&#8217;idea è stata proposta dal direttore del Centro studi sociali contro le mafie &#8220;Progetto San Francesco&#8221;, Alessandro De [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un gemellaggio di Cermenate con il Comune di Petralia Soprana (Palermo). La proposta è uscita al convegno &#8220;Lavoro punto fermo&#8221;, sabato in municipio, durante la giornata di confronto e approfondimento sulle esperienze concrete di lotta alla criminalità organizzata. L&#8217;idea è stata proposta dal direttore del Centro studi sociali contro le mafie <a href="http://www.ust.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=621&amp;catid=25:ufficio-stampa" target="_blank">&#8220;Progetto San Francesco&#8221;</a>, Alessandro De Lisi&gt; e Carlo Li Puma: il nipote di Epifanio Li Puma, sindacalista socialista ucciso dalla mafia nel 1948, difensore dei braccianti nella lotta contro il latifondismo, in memoria del quale in mattinata è stato piantato un albero.</p>
<p>La presidente del Tribunale di Milano Livia Pomodoro si è poi soffermata sul fenomeno mafioso e la sua infiltrazione nel Nord del paese: «La mafia si radica laddove vi è la possibilità di un concreto sfruttamento dell&#8217;economia in termini di profitto incontrollato». Ha poi ricordato la sua esperienza condotta nell&#8217;àmbito dell&#8217;Osservatorio sull&#8217;usura: «L&#8217;usura sul territorio lombardo è stato uno degli strumenti utilizzati dalla mafia per inserirsi nel territorio, portando all&#8217;acquisizione di numerose aziende: si tratta di un fenomeno che va al cuore della criminalità organizzata» <strong><a href="http://laprovinciadicomo.it/stories/Cronaca/288180_cermenate_gemellaggio_come_simbolo_antimafia/" target="_blank">La Provincia di Como</a></strong></p>
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		<title>Lega a Busto Arsizio: &#8220;La consulta antimafia? Intralcia la lotta alla criminalità&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 12:33:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La consulta antimafia? «Potrebbe essere un intralcio a chi la mafia la combatte. Se fossi un poliziotto mi girerebbero le scatole anche se ne capirei lo spirito». E&#8217; il pensiero di Adriano Unfer, presidente leghista della commissione sicurezza del consiglio comunale bustocco di fronte alla proposta (sostenuta dalle firme di centinaia di cittadini raccolte da tutte le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La consulta antimafia? «Potrebbe essere un intralcio a chi la mafia la combatte.</strong> Se fossi un poliziotto mi girerebbero le scatole anche se ne capirei lo spirito». E&#8217; il pensiero di <strong>Adriano Unfer, presidente leghista della commissione sicurezza del consiglio comunale bustocco</strong> di fronte alla <strong>proposta </strong>(sostenuta dalle firme di centinaia di cittadini raccolte da tutte le forze del centrosinistra)<strong> di realizzare a Busto Arsizio una sorta di organo deputato alla promozione e realizzazione di iniziative per la promozione della legalità</strong>. «A Busto <strong>il fenomeno del pizzo non è strutturale </strong>- continua Unfer &#8211; è <strong>fatto da qualche balordo</strong> ma niente di più». Come se il processo che ha visto <a href="http://www3.varesenews.it/busto/articolo.php?id=208602" target="_blank">condannare a oltre 80 anni di carcere la &#8216;ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo</a>, celebrato a Busto, non avesse niente a che fare con la città (ricordiamo pure la <a href="http://www3.varesenews.it/comuni/lonatepozzolo/articolo.php?id=196496" target="_blank">gambizzazione di una donna agente immobiliare nel centro di Busto</a>) e come se le <a href="http://www3.varesenews.it/busto/articolo.php?id=227371" target="_blank">condanne alla mafia bustocca</a> (70 anni di reclusione) non fossero mai state inflitte.</p>
<p>Eppure le ordinanze parlano chiaro: incendi, intimidazioni, botte e omicidi (proprio lunedì comincerà quello per <a href="http://www3.varesenews.it/busto/articolo.php?id=208769" target="_blank">l&#8217;uccisione di Salvatore D&#8217;Aleo</a>, vittima della mafia bustocca). Il fenomeno, inoltre, era piuttosto diffuso come si può leggere dalle ordinanze delle <a href="http://www3.varesenews.it/busto/articolo.php?id=204562" target="_blank"><strong>operazioni Tetragona</strong></a><strong> e Fire Off</strong>. Proprio ieri il procuratore capo della Repubblica di Varese <strong>Maurizio Grigo,</strong> all&#8217;università dell&#8217;Insubria in <strong><a href="http://www3.varesenews.it/varese/articolo.php?id=233776" target="_blank">un incontro sulla presenza della mafia nelle nostre zone</a></strong>, ha lanciato l&#8217;allarme sui boss incarcerati con il <a href="http://www3.varesenews.it/varese/articolo.php?id=2718" target="_blank">processo Isola Felice</a> che potrebbero uscire a breve. Per non parlare, infine, di <strong><a href="http://www3.varesenews.it/busto/articolo.php?id=229080" target="_blank">Pippo Drago l&#8217;usuraio in franchising</a></strong> tra mafia, &#8216;ndrangheta e camorra che incontrava le sue vittime a Busto Arsizio e le spremeva fino a ridurle a nullatenenti.</p>
<p><strong>Fortunatamente la commissione sicurezza non si è espressa definitivamente</strong>, ieri sera venerdì, ma ha deciso di ascoltare esponenti delle forze dell&#8217;ordine e della giustizia per approfondire ulteriormente l&#8217;argomento come richieste da Pd, Sel, Manifattura Cittadina e Movimento 5 Stelle. Stupefatto dalle parole di Unfer<strong> il coordinatore lombardo di Ammazzateci Tutti Massimo Brugnone,</strong> protagonista insieme agli studenti di Busto, di <a href="http://www3.varesenews.it/busto/articolo.php?id=232067" target="_blank">Legalitalia in Primavera</a>, la giornata antimafia organizzata per il secondo anno consecutivo lo scorso 23 aprile e alla quale parteciparono molti esponenti delle forze dell&#8217;ordine e della magistratura in qualità di relatori: «Questo significa che<strong>iniziative come quella organizzata dagli studenti bustocchi, secondo il presidente Unfer, sono solo un problema</strong>. Non capisco quale logica ci sia dietro le sue parole». L&#8217;articolo di Orlando Mastrillo su <strong><a href="http://www3.varesenews.it/busto/articolo.php?id=233793" target="_blank">VareseNews</a></strong></p>
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		<title>Torino, Le mani della mafia sull’inceneritore</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 22:11:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna Stampa Mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[L’informativa della procura di Agrigento è arrivata qualche mese fa negli uffici di Trm, la società che sta seguendo i lavori di costruzione del termovalorizzatore del Gerbido. Messaggio allarmante: i pm siciliani segnalavano che l’amministratore unico di una delle imprese subappaltatrici era in odore di rapporti con la mafia, e perciò sottoposto a indagini. La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’informativa della procura di Agrigento è arrivata qualche mese fa negli uffici di Trm, la società che sta seguendo i lavori di costruzione del termovalorizzatore del Gerbido. Messaggio allarmante: i pm siciliani segnalavano che l’amministratore unico di una delle imprese subappaltatrici era in odore di rapporti con la mafia, e perciò sottoposto a indagini. La reazione è scattata immediata: Trm ha spinto la ditta a estromettere l’amministratore. L’uomo si è rivolto al tribunale; l’azienda ha mantenuto l’appalto, perché su di essa non gravava alcun sospetto.</p>
<p>La notizia è emersa ieri in Comune, durante la commissione Ambiente che aveva convocato i vertici di Trm dopo i due incidenti mortali avvenuti negli ultimi mesi nel cantiere del Gerbido. E rivela due fatti: l’inceneritore è una grande opera e, come tale, scatena molti appetiti, compresi quelli della criminalità organizzata; i meccanismi di vigilanza e controllo adottati da Trm funzionano.</p>
<p>La società, spiegano l’amministratore delegato Bruno Torresin e la responsabile del procedimento Giusi Di Bartolo, «adotta procedure scrupolose», che non si limitano alla verifica dei certificati anti mafia delle aziende appaltatrici. «Per ogni lavoro che prevede un compenso superiore ai 150 mila euro, comunichiamo alla prefettura competente i nomi delle ditte e chiediamo loro informazioni». Un procedimento non richiesto dalla legge, che tuttavia si sta dimostrando utile ad arginare i tentativi d’infiltrazione.</p>
<p>La vicenda dei mesi scorsi è emersa proprio grazie a una segnalazione inviata dalla procura di Agrigento, informata sui nomi delle imprese che lavoravano nel cantiere. «Questo ci dimostra come il certificato anti mafia da solo non basti», commenta il presidente della commissione Ambiente Marco Grimaldi (Sel), che è anche membro della commissione speciale anti mafia istituita a Palazzo Civico, dove si occupa di appalti pubblici. «Servono argini più complessi e capaci di agire in profondità, ad esempio quelli utilizzati da Trm, simili alle procedure usate dalla città in occasione delle Olimpiadi. Forse, addirittura, il limite dei 150 mila euro andrebbe abbassato».</p>
<p>Al Gerbido i lavori procedono a rilento. Dopo l’ultimo incidente la procura ha disposto il sequestro di una parte del cantiere. «Stiamo collaborando con i pm», spiega Torresin, «ma a oggi non abbiamo elementi per pronosticare i tempi e le modalità del dissequestro». Se l’indagine sul campo si concluderà entro un mese le imprese dovrebbero rispettare l’ultima tabella di marcia: avvio dell’esercizio provvisorio nel gennaio 2013 e di quello commerciale un anno dopo. «Altrimenti dovremo rivedere il cronoprogramma», conclude l’ad.</p>
<p>Un’eventualità tutt’altro che da escludere. Fino a poche settimane fa si pensava di poter avviare l’esercizio provvisorio a settembre o ottobre di quest’anno, bruciando le prime 20 mila tonnellate di rifiuti. Ipotesi archiviata. Il rischio, ora, è che anche il resto del sistema rifiuti debba essere ridefinito a causa dei ritardi dell’inceneritore. Ieri si è riunita l’Ato-Rifiuti per fare il punto su una situazione giudicata delicata ma sotto controllo: la prossima Settimana aprirà la nuova vasca da 300 mila metri quadrati nella discarica di Chivasso, dove anche Amiat porterà i rifiuti di Torino in attesa che venga autorizzato l’ampliamento del sito di Cassagna, operazione che deve fare i conti con l’ostilità del comune di Pianezza. <strong><a href="http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/costume/articolo/lstp/453744/" target="_blank">La Stampa.it</a></strong></p>
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		<title>«I De Stefano alla conquista del nord»</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 21:46:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna Stampa Mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[Prende in maniera sempre più decisa la direzione della Calabria l’inchiesta sui conti della Lega Nord. Le indagini della Procura di Milano sulle presunte distrazioni dei fondi dalle casse del Carroccio si intrecciano con quelle della Dda di Reggio Calabria su un maxi-riciclaggio di soldi sporchi della ‘ndrangheta che la cosca De Stefano avrebbe cercato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prende in maniera sempre più decisa la direzione della Calabria l’inchiesta sui conti della Lega Nord. Le indagini della Procura di Milano sulle presunte distrazioni dei fondi dalle casse del Carroccio si intrecciano con quelle della Dda di Reggio Calabria su un maxi-riciclaggio di soldi sporchi della ‘ndrangheta che la cosca De Stefano avrebbe cercato di ripulire. Secondo la nuova pista investigativa, infatti, il denaro non contabilizzato della Lega sarebbe stato riciclato assieme a quello della ‘ndrangheta. «C’è una collaborazione perfetta tra le due Procure», hanno ribadito il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo e il pm Roberto Pellicano dopo aver incontrato il magistrato della Dda calabrese, Giuseppe Lombardo.</p>
<p><strong>IL CRIMINE A CROTONE</strong><br />
Gli inquirenti stanno passando al setaccio proprio i rapporti che la storica famiglia calabrese ha allacciato nel corso degli anni, in un viaggio nella storia della ‘ndrangheta che parte circa 30 anni fa. Per questo, lo scorso venerdì presso gli uffici della Dia di Milano è stato ascoltato anche Luigi Bonaventura, pentito che ormai da sei anni sta collaborando con la giustizia per svelare segreti e traffici della mafia calabrese. Bonaventura, che è stato reggente dell’omonima cosca del Crotonese, recentemente, come ha raccontato nel corso di un processo, è scampato ad un attentato mentre era, come è tuttora, nel programma di protezione. Convocato come persona informata dei fatti, secondo quanto trapelato, l’ uomo ha ripercorso gran parte della sua esperienza criminale, legata in maniera indissolubile proprio alla famiglia De Stefano: «Fu grazie a loro che mio nonno portò il crimine a Crotone», ha ricordato Bonaventura sottolineando l’importanza di un passaggio che di fatto, ancora prima dello Stato, rese la città «la quarta provincia di ‘ndrangheta». Un’alleanza talmente solida («la mia famiglia è de stefaniana di ferro») che i Bonaventura accettarono di buon grado il trasferimento da Catanzaro a Crotone deciso dagli stessi De Stefano.</p>
<p><strong>‘NDRANGHETA INTELLIGENTE</strong><br />
Una storia, quella raccontata da Bonaventura, in parte già nota, nella quale gli interessi della criminalità organizzata si intersecano con quelli di pezzi deviati dello Stato e con la politica. Una storia che, nel racconto di Bonaventura, ha un inizio ben preciso: «Con la prima guerra di ‘ndrangheta saltarono tutti i vecchi equilibri. E nei nuovi trovammo elementi che nulla avevano a che fare con la nostra storia. È il momento – aggiunge Bonaventura – in cui la ‘ndrangheta compie il salto di qualità e diventa “intelligente”». Prima guerra di ‘ndrangheta causata da una sorta di ricambio generazionale, con la vecchia guardia contraria all’entrata dell’organizzazione criminale nel traffico di droga e i giovani, invece, interessati al nuovo business. «I servizi portarono la guerra, i servizi portarono la pace», sentenzia il pentito secondo il quale pezzi dello Stato avrebbero fornito alla ‘ndrangheta la possibilità di arricchirsi con traffici internazionali in cambio di un allentamen- to della stagione dei sequestri. Una ricostruzione dei fatti resa possibile sia attraverso il coinvolgimento in prima persona sia attraverso i ricordi di un’ infanzia «che non poteva che portarmi a una vita da ‘ndranghetista».</p>
<p><strong>INTERESSI E CENE</strong><br />
Un percorso fatto di guerre, tradimenti e nuove alleanze. Che portarono i De Stefano al controllo del nord Italia. «E’ da oltre 30 anni che i De Stefano hanno interessi in Liguria », ricorda Bonaventura. Sono gli stessi anni in cui suo zio Gianni vive in soggiorno obbligato in quei territori. Presenza poi rafforzata da un matrimonio. Quello tra la figlia di Franco Coco Trovato, boss della Lombardia, e Carmine De Stefano, primogenito del boss Paolo De Stefano, capocosca reggino ucciso il 13 ottobre 1985. L’alleanza tra i Coco e i De Stefano, aumenta notevolmente la potenza di queste famiglie nell’ambito degli interessi malavitosi. Ma soprattutto vengono lanciate le prime basi per fare di Milano il vero centro degli interessi economici della ‘ndrangheta. «Franco Coco era “la famiglia” – ricorda Bonaventura ma non una famiglia qualsiasi, bensì la famiglia che costituisce la mamma, i De Stefano». Un processo che nel corso degli anni aveva, di fatto, spostato l’asse operativo della ‘ndrangheta al nord, mentre nel sud continuava a esistere un’organizzazione maggiormente legata alla ritualità e alle tradizioni delle origini. «C’eravamo ricongiunti a Milano», sottolinea il pentito che non è la prima volta che affronta l’ argomento nel corso della sua attività di collaborazione. Già cinque anni fa, quasi agli inizi della sua collaborazione, Bonaventura aveva raccontato di un pranzo avvenuto nel ristorante di Crotone Antico Borgo, quando era ancora reggente della cosca Vrenna-Bonaventura. Al tavolo erano seduti Pasquale Nicoscia, omonimo del capo assoluto della cosca, e diversi personaggi della ‘ndrangheta. Molti di questi erano in Veneto. «Di questo pranzo ricordo che fu molto lungo. Pasquale Nicoscia si vantava di avere in mano anche il partito che odiava i terroni. Nello stesso tempo gli fece eco Leo Russelli vantandosi che in Emilia Romagna la cosca Grande Arachi era messa meglio di prima. Fu uno degli ultimi incontri che ebbi con gli alti esponenti delle cosche crotonesi».</p>
<p><strong>MAGHI DELLA FINANZA</strong><br />
Tra gli uomini legati ai De Stefano, ma anche ai servizi, secondo Bonaventura ci sarebbe anche Romolo Girardelli, l’ormai famoso ammiraglio. Personaggio considerato centrale dalla Dia, già indagato dal Pm Alberto Cisterna nel 1999 come presunto esponente di un variegato e pericoloso gruppo di esperti maghi della finanza “atipica”, in grado di trasformare secondo le indagini dell’epoca, richiamate nelle carte processuali dell’attuale indagine sulla Lega sofisticati strumenti finanziari in moneta sonante. Nelle carte dell’epoca si legge anche come lo stesso Girardelli si fosse attivato per «mediare la dazione di denaro necessaria alla latitanza di Salvatore Fazzari, dando a quest’ultimo supporto logistico». L’inchiesta non ebbe esito favorevole, ma portò gli investigatori sulle tracce di Girardelli con l’accusa di aver espatriato soldi dei De Stefano, cosca facente parte del gotha della ‘ndrangheta calabrese insieme ai Tegano, Condello e Libri; Vittorio Antonio Canale, nel frattempo espatriato in Francia e quel Paolo Martino, residente a Milano, trait d’union tra le cosche e la Milano dell’imprenditoria, della politica e della finanza, che fa capolino in gran parte delle inchieste dell’antimafia milanese. Il Gip di Reggio Calabria, Francesco Petrone, che autorizza le perquisizioni nell’ ambito dell’inchiesta fa di più e richiama le imputazioni di quel procedimento del ‘99, e da quel che si legge, i contatti tra Belsito e Girardelli, che per giunta risultano essere anche soci in affari, appaiono ancora più inquietanti.</p>
<p><strong>DIECI ANNI DOPO</strong><br />
Inchiesta, quella del 1999, che arrivò fino in Svizzera e dove si incrociano dirigenti della Lega Nord e uomini dei De Stefano. Quell’indagine non ebbe fortuna, ma ripresa in mano dieci anni dopo dal pm Giuseppe Lombardo per una nuova inchiesta, getta altra luce su quei rapporti. Francesco Belsito e Romolo Girardelli si conoscevano da tempo, almeno dieci anni, come loro stessi ammettono nelle telefonate intercettate dai magistrati di Reggio Calabria. Hanno in comune la città di Genova, vero centro della bufera che ha travolto la Lega. Nelle carte dell’inchiesta avviata nel 1999 troviamo Romolo Girardelli e Bruno Lorenzi, entrambi esponenti della Lega nord. Del primo abbiamo detto circa i suoi legami con Belsito. Lorenzi, invece, fu tra i fondatori della Lega a Ventimiglia, ovvero quel Comune dove, come a Bordighera, il Carroccio governava con le amministrazioni di centrodestra poi finite sciolte per condizionamenti mafiosi della ‘ndrangheta. <strong><a href="http://ilpuntontc.com/attualita/2641-li-de-stefano-alla-conquista-del-nordr.html" target="_blank">Il Punto</a></strong></p>
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		<title>Mafia: a Parma malato anche boss Fidanzati, chiesta scarcerazione</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 12:18:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna Stampa Mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[Non solo Bernardo Provenzano e Pippo Calo&#8217;. Anche il boss del narcotraffico Gaetano Fidanzati, capomafia della borgata palermitana dell&#8217;Arenella, sta male e, secondo i periti che lo hanno visitato, deve uscire dal carcere. Fidanzati, 76 anni, detenuto a Parma, col regime duro del 41 bis, nello stesso penitenziario in cui Provenzano l&#8217;altra notte avrebbe tentato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non solo Bernardo Provenzano e Pippo Calo&#8217;. Anche il boss del narcotraffico Gaetano Fidanzati, capomafia della borgata palermitana dell&#8217;Arenella, sta male e, secondo i periti che lo hanno visitato, deve uscire dal carcere. Fidanzati, 76 anni, detenuto a Parma, col regime duro del 41 bis, nello stesso penitenziario in cui Provenzano l&#8217;altra notte avrebbe tentato di togliersi la vita, e&#8217; stato giudicato in condizioni &#8220;incompatibili&#8221; col regime di detenzione. La valutazione e&#8217; scritta nella relazione del medico legale Manfredi Rubino e della cardiologa Francesca Mascari, che lo hanno visitato Fidanzati all&#8217;ospedale Maggiore di Bologna, su incarico della prima sezione della Corte d&#8217;assise d&#8217;appello di Palermo. Il boss, catturato a Milano nel 2009, dopo una latitanza durata quattordici mesi, sta scontando due condanne, a 10 e a 17 anni, per un omicidio e per associazione mafiosa. Le pene non sono ancora definitive. Colpito da un ictus, iperteso, diabetico, affetto da un tumore alla prostata e da una &#8220;broncopneumopatia cronica ostruttiva&#8221;, Fidanzati aveva chiesto di essere visitato e i due esperti, nominati dal collegio presieduto da Giancarlo Trizzino, ritengono necessarie cure urgenti, da effettuare presso centri di riabilitazione neuromotoria, anche con il ricovero fuori dal circuito penitenziario. Si tratta dunque di un&#8217;indicazione precisa per la concessione degli arresti ospedalieri o domiciliari: decisione che spetta comunque alla corte. Tanino Fidanzati si era reso irreperibile dopo l&#8217;omicidio di Giovanni Bucaro, un tossicodipendente assassinato brutalmente, a colpi di casco e di bastone, il 21 ottobre 2008 in via Don Orione.<br />
Era l&#8217;ex convivente di Loredana Fidanzati, figlia del boss, e l&#8217;avrebbe maltrattata, oltre che trascinata nel mondo della tossicodipendenza. Il mandante del delitto scappo&#8217; quando furono identificati i cinque esecutori materiali: fu poi arrestato a Milano, dove si era rifugiato, il 5 dicembre 2009, lo stesso giorno della cattura di Gianni Nicchi, boss di Pagliarelli. In carcere sono cominciati i problemi fisici. Il 14 aprile Fidanzati ha avuto un ictus ed e&#8217; stato ricoverato all&#8217;ospedale Maggiore di Parma. E&#8217; li&#8217; che lo hanno visitato i due periti, assieme al consulente di parte. La diagnosi porta all&#8217;incompatibilita&#8217; col regime carcerario. Occorre anche predisporre, scrivono Rubino e la Mascari, un &#8220;opportuno piano di riabilitazione neuromotoria, al fine di ottenere il massimo recupero funzionale perseguibile&#8221;. <strong><a href="http://www.agi.it/cronaca/notizie/201205111212-cro-rt10082-mafia_a_parma_malato_anche_boss_fidanzati_chiesta_scarcerazione" target="_blank">AgiNews</a></strong></p>
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		<title>Cna Cremona: «Contro usura e mafia è necessario agire insieme»</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 12:14:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna Stampa Mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[La CNA di Cremona, nel corso degli ultimi mesi, ha aderito e sottoscritto importanti accordi per contrastare il fenomeno dell’illegalità nel mondo del lavoro. Da sempre molto attenta ai fatti di cronaca che coinvolgono le imprese, non solo del nostro territorio, la CNA ha deciso di diventare parte attiva per cercare di contrastare un fenomeno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La CNA di Cremona, nel corso degli ultimi mesi, ha aderito e sottoscritto importanti accordi per contrastare il fenomeno dell’illegalità nel mondo del lavoro. Da sempre molto attenta ai fatti di cronaca che coinvolgono le imprese, non solo del nostro territorio, la CNA ha deciso di diventare parte attiva per cercare di contrastare un fenomeno in via di espansione.<br />
«Quello che abbiamo letto nelle ultime ore (<em><a title="leggi l'articolo" href="/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1219:rete-di-aguzzini-smantellata-dalle-fiamme-gialle-prestiti-con-interesse-al-210&amp;catid=82:a-cremona&amp;Itemid=459" target="_blank">leggi l&#8217;articolo</a></em>), ma anche nelle scorse settimane – afferma <strong>Corrado Boni</strong>, Vice Presidente di CNA Cremona &#8211; sono gravi episodi che deve portare il mondo economico e istituzionale a fare una riflessione profonda. Ricordiamo tra queste le indicazioni che il Procuratore <strong>Roberto Di Martino</strong> e il giudice <strong>Guido Salvini</strong> si erano già espressi circa la situazione del nostro territorio, ma soprattutto ricordiamo alcune segnalazioni fatte degli stessi funzionari della CNA, che vivendo quotidianamente vicino alle imprese hanno il polso della situazione reale».<br />
La CNA di Cremona ha nell’ultimo anno già mosso qualche passo in questa direzione. Prima l’accordo Provinciale presentato da CGIL CISL e UIL sulle tematiche per la diffusione di iniziative per la trasparenza negli appalti e l’affermazione della legalità nel lavoro, poi, qualche mese, l&#8217;adesione all’associazione Libera e per ultimo, nel mese di Aprile, la decisione di recepire l&#8217;art.3 dello statuto delle imprese modificando il codice etico a cui ogni associato dovrà attenersi. Infatti <strong>ora le imprese associate sono tenute a respingere e contrastare ogni forma di estorsione, usura e altre tipologie di reato, denunciando e collaborando con forze dell’ordine e istituzioni, anche con l’assistenza della CNA stessa</strong>.<br />
«Riteniamo &#8211; prosegue Boni &#8211; che il mondo imprenditoriale debba fare la sua parte. Non bastano le forze dell’ordine, i magistrati e l’intera macchina pubblica: anche nella nostra provincia dobbiamo urgentemente fare un gioco di squadra, costruire Reti con le forze produttive e sociali per stimolare la ricerca delle misure adeguate».<br />
Le mani della criminalità sulle imprese confermano come la mafia sia il più grande agente economico del Paese, in grado di muovere un fatturato che si aggira intorno ai 140 miliardi di euro. Una massa enorme di denaro che passa dalle tasche delle imprese italiane a quelle dei mafiosi, con le imprese stesse che arrivano a subire anche 1.300 reati al giorno. «E’ facilmente immaginabile  - conclude Boni &#8211; che il <em>Credit Crunch</em> oggi crea un terreno fertile per <a title="leggi l'operazione della Guardia di Finanza" href="http://cremonaweb.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1240:usura-resta-in-carcere-luomo-arrestato&amp;catid=84:cronaca&amp;Itemid=461" target="_blank"><em>il fenomeno dell’usura</em></a>. Ogni giorno siamo in prima linea con il nostro confidi “Sviluppo Artigiano” per garantire l’accesso al credito prestando garanzie sussidiarie e riuscendo ad ottenere delle condizioni agevolate. Sarebbe opportuno riconoscere questo nostro fondamentale ruolo sociale sostenendo, mediante un deciso intervento pubblico, tutti i confidi delle associazioni imprenditoriali. Dopo la fase sperimentale, ci auguriamo che decolli anche il Rating antimafia e che porti dei concreti benefici di accesso al credito alle imprese virtuose che operano nel nostro territorio: tante piccole attività che portano a un deciso e convinto contrasto del problema. La CNA ha iniziato e prosegue su questa strada. Ci auguriamo che anche altri ci seguano con la stessa convinzione».  <strong><a href="http://www.e-cremonaweb.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1244:cna-cremona-lcontro-usura-e-mafia-e-necessario-agire-insiemer&amp;catid=84:cronaca&amp;Itemid=461" target="_blank">Cremonaweb.it</a></strong></p>
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		<title>Giulio Lampada denuncia Ilda Boccassini e i giudici di Milano</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 18:23:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>chiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna Stampa Mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;imprenditore Giulio Lampada, arrestato il 30 novembre scorso in un&#8217;inchiesta della Dda di Milano in cui finirono in manette tra gli altri anche il consigliere regionale della Calabria Franco Morelli e il giudice di Reggio Calabria Vincenzo Giglio, ha sporto una querela nei confronti del procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini, dei due sostituti Paolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;imprenditore Giulio Lampada, arrestato il 30 novembre scorso in un&#8217;inchiesta della Dda di Milano in cui finirono in manette tra gli altri anche il consigliere regionale della Calabria Franco Morelli e il giudice di Reggio Calabria Vincenzo Giglio, ha sporto una querela nei confronti del procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini, dei due sostituti Paolo Storari e Alessandra Dolci, e del gip Giuseppe Gennari perche&#8217; gli atti che lo riguardano conterrebbero errori sul suo conto. La denuncia e&#8217; stata inviata al Tribunale di Brescia, competente per fatti che riguardano i magistrati del distretto di Milano. La prima questione sollevata e&#8217; relativa alla sua partecipazione a un&#8217;iniziativa elettorale alla masseria di Cisliano, il 23 maggio 2009, per sostenere la candidatura del cognato Leonardo Valle al Consiglio comunale di Cologno Monzese. Secondo la ricostruzione dei magistrati, in quell&#8217;occasione avvenne un vero e proprio summit di &#8216;ndrangheta al quale avrebbe preso parte anche Giulio Lampada. Lui invece sostiene di non esserci mai stato, come dimostrerebbero le immagini e i video registrati dalla Polizia giudiziaria. Negli atti, scrive Lampada, ci sono &#8221;inesattezze che, almeno in alcuni casi, consistono in veri e propri falsi consumati nei miei confronti, al chiaro e preciso fine di dipingermi come mafioso a tutti i costi, al di la&#8217; dei limiti di una lecita conduzione dell&#8217;attivita&#8217; di accertamento della consumazione dei delitti a me imputati&#8221;. <strong><a href="http://www.ildispaccio.it/calabria/2439-giulio-lampada-denuncia-ilda-boccassini-e-i-giudici-di-milano" target="_blank">Ildispaccio.it</a></strong></p>
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